lunedì 27 marzo 2017

Recensione: Storia della mia gente di Edoardo Nesi - Edizioni Bompiani



Questo volumetto di cica 160 pagine edito dalla Bompiani   ha vinto  il premio Strega del 2011, ed è stato anche uno dei  miei regali di compleanno di quello stesso anno. Essere una lettrice implica quasi sempre doni di questo tipo, perché c'è sempre l'amico che per togliersi dall'imbarazzo del "cosa regalo ad una che legge un casino di libri?"  si affida ciecamente ai cartonati delle librerie, uscendone spesso malissimo. Male, male, male. In tanti anni nessuno ha mai indovinato i miei gusti, ed infatti apprezzo molto gli amici che ormai si risparmiano la gaffe lasciando che i libri me li scelga da sola. Sì, ho i gusti difficili. Ma soprattutto ho un'antipatia di lunga data nei confronti del premio più "inciuciato" d'Italia, che negli ultimi anni ha conosciuto un triste declino ed una notevole perdita di prestigio. E' un premio con una grande ed illustre tradizione, tra i cui vincitori troviamo importantissimi esponenti della letteratura contemporanea, e che l'anno scorso ha regalato grandi speranze ai suoi sostenitori con la vittoria di Edoardo Albinati e la sua "Scuola Cattolica". (Almeno per quanto mi riguarda).Il futuro non è scritto, come diceva il grande Joe Strummer, quindi staremo a vedere cosa succederà quest'anno e in quelli a venire. Ma per quanto riguarda il 2011, ancora una volta devo storcere il naso. L'ultimo lavoro di Edoardo Nesi temo che - purtroppo - abbia seguito quella scia di decadenza, ristagnando nella povertà di idee e in una generale mediocrità che non mi sarei mai aspettata. L'autore è bravo, non è alle prime armi ed era già arrivato anni prima tra i finalisti del Premio con un altro romanzo; ciò nonostante ho trovato "Storia della mia gente" un romanzo davvero insipido, senza arte nè parte, senza cuore, senza nerbo: questo intendo per mediocrità.
E' rimasto diversi anni a prendere polvere nella mia libreria perchè mi ero fatta l'idea che si trattasse di un romanzo di stampo economico, e quindi impersonale e freddo. Mi sono ritrovata invece a leggere un romanzo sì freddo, ma tutt'altro che tecnico. Non esiste una trama, non esistono personaggi, non c'è uno sviluppo lineare ma una contorsione tra le righe, uno svolazzamento di pagine che paiono gettate lì un pò per caso.  Di quale storia ci parla Nesi? Teoricamente il libro dovrebbe essere un misto tra il racconto e la riflessione sulla fine del lanficio di famiglia, un'azienda tessile tirata sù in piena epoca fascista dai nonni dell'autore e portata avanti per tradizione  e passione dal padre e dagli zii, fino ad arrivare alla sua generazione in pieni anni 90. All'epoca la famigerata crisi economica che da anni strozza questo nostro povero  Paese non era nemmeno un'eco lontana, era un qualcosa di inimmaginabile perché nessuno aveva validi motivi per congetturare simili catastrofi. Il benessere era reale, ed era tangibile; il marchio delle piccole aziende artigianali del pratese era sinonimo di garanzia e di qualità, i committenti stranieri erano disposti a pagare cifre importanti per avere tessuti di pregio, la globalizzazione era una parola ancora da inventare ed i cinesi erano rilegati aldilà dei mercati internazionali, imbrigliati da pesanti dazi. Il resto è storia nota. 
Edoardo Nesi si definisce non un vero imprenditore, comunque non quel tipo di imprenditore così come lo erano stati i suoi nonni. E' un imprenditore - scrittore, che lavora nell'azienda di famiglia per abitudine e senso del dovere ma che non ha nessun tipo di autentico slancio all'interno dell'azienda. Fa da bravo i suoi compiti, ogni giorno presenzia in azienda, parla con fornitori, banche e dipendenti  per poi fuggire e rimettersi a scrivere, sognando di comporre  un romanzo così come Fitzgerald ed il suo incompiuto 'The love of the Last Tycoon' . Lo afferma lui, non lo sto dicendo io, e trovo la cosa piuttosto inquietante. Va bene credere in sè stessi, ma andiamoci piano. E' talmente auto referenziale ed auto celebrativo che di lui sappiamo tutto quello che di figo ha fatto nella vita: gli anni dell'adolescenza trascorsi in prestigiosi college statunitensi, il ritorno a Prato, l'iscrizione alla facoltà di giursiprudenza e poi l'inserimento nell'azienda di famglia, come desiderava il padre. I successi ottenuti con i suoi primi romanzi, il Premio Strega sfuggito per un soffio (anche se già si sapeva che non avrebbe vinto lui), i suoi figli, la sua famiglia. Anche questo però mi è sembrato un insieme confuso di ricordi che mi hanno allontanata  ed infastidita, tanto più che con gli artigiani pratesi e la loro dolorosa storia tutto questo cianciare di sè non c'entra davvero nulla. Dov'è il cuore del romanzo? Dov'è la passione che avrei dovuto sentire vibrare ad ogni pagina, dal momento che il lanificio Nesi non c'è più? Dov'è il rimpianto per non aver fatto abbastanza, per non aver sacrificato quelle vanesie gratificazioni da scrittore in nome del marchio di famiglia, conosciuto e rispettato in Italia e all'estro, che stava scomparendo e che rappresentava molto di più di un'etichetta su un tessuto? Dov'è la rabbia nei confronti di uno stato che ha abbandonato la sua forza lavoro, che ha dato in pasto alla globalizzazione la dignità di milioni di lavoratori, la loro storia, la loro esperienza? Non basta  qualche frase gettata a caso contro i grandi economisti del SOLE 24 ORE che sostengono da sempre i benefici - secondo loro incalcolabili- del libero mercato internazionale. Non basta nemmeno asserire che sì, sicuramente una delle più grandi colpe è del governo Prodi e della sua stramaledetta IRAP, che fa pagare le imposte anche quando utili, in azienda, non ce ne sono più. Quello che ho visto io è il ritratto romanzato di una generazione  che sembra  non aver fatto abbastanza, che ha poggiato comodamente il sedere sullo scranno dei padri, cercando di dirigere aziende famigliari sfruttando conoscenze già acquisite, ma senza portare forza ed idee nuove. Il ricambio della linfa vitale, ecco cosa è mancato,  ecco perché alcune aziende come il Lanificio Nesi hanno dovuto svendere la loro storia al miglior offerente. Voi imprenditori - scrittori, figli del benessere di un'età dell'oro che ormai è sfumata nella leggenda, vi siete aggirati per anni tra le vie delle più importanti città europee stringendo mani e poferendo sorrisi in giacche di Armani, pensando che il mondo vi sarebbe sempre appartenuto, luccicante e perfetto. Avrei preferito un esame di coscienza piuttosto che un'analisi sconclusionata sulla globalizzazione,  additando colpevoli  un po' a destra e un po' a manca. Probabilmente non sarebbe cambiato nulla, ma almeno avreste avuto la certezza di averci provato, con tutte le armi a vostra disposizione.
Superficiale ed autocelebrativo, non mi vengo in mente altri aggettivi per definire questo romanzo: la rabbia dei pratesi e dei piccoli artigiani di un'italia intera meritano  ben altri discorsi, altre parole, altro sangue. 

Titolo: Storia della mia gente
Autore: Edoardo Nesi 
Casa Editrice: Bompiani
Anno di pubblicazione: 2010

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