lunedì 22 maggio 2017

Recensione: Viaggiare in giallo - di Manzini, Recami, Malvaldi, Savatteri, Robecchi, Giménez-Bartlett - Edizioni Sellerio



Premetto che in circostanze normali non avrei mai acquistato questa raccolta di racconti della Sellerio, mai e poi mai. Sto partecipando ad una challenge di lettura, e l'obiettivo che dovevo portare a termine questa volta era leggere un romanzo che si trovasse tra i primi cinque posti della classifica ibuk. Per  chi non lo sapesse la temutissima classifica ibuk raccoglie i titoli più venduti in territorio italiano, in base ai dati   forniti dalle librerie aderenti al circuito "Arianna",  che vengono aggiornati settimanalmente. Da anni non mi capacito di come possano essere sempre in testa alla classifiche di vendita libri che onestamente non regalerei nemmeno al mio peggior nemico: basti pensare che la settimana scorsa tra i primi cinque titoli c'era anche l'ultimo romanzo di Moccia. Una volta che accantonerò questa triste vicenda   non parlerò mai più della classifica ibuk e del dolore fisico che provo pensando a quanto basso sia il livello culturale del lettore italiano medio. Mi sono dunque ritrovata a scegliere il meno peggio, per cui mi sono buttata su questi racconti  d'autore. Ero certa che il mio animo giallista li  avrebbe apprezzati, inoltre da tempo desideravo fare la conoscenza di questi autori nostrani così amati. Senza nulla togliere a loro, scrittori dei quali riconosco l'indubbia bravura, la lettura in sè si è rivelata una delusione totale. Ci sono sicuramente una serie di motivi personali e soggettivi per cui non ho gradito questa lettura, uno su tutti la mia annosa antipatia nei confronti delle raccolte di racconti. Non c'è niente da fare, non mi piacciono. Tendenzialmente per amare un libro ho bisogno di una storia che mi coinvolga, personaggi che mi catturano, e una tematica di fondo che mi fa riflettere e che mi apre scenari nuovi. La mia mente deve essere stimolata ed appagata da ciò che leggo, altrimenti meglio fare giardinaggio. Un racconto è troppo breve per esercitare su di me qualsiasi tipo di fascino, a meno che non si tratti di un lavoro completo, in cui l'autore può muoversi comunque. Va da sè che in un racconto di circa 60 pagine è davvero poco quello che si può fare, anche da parte delle penne più abili. Le pagine totali di questo libro sono 300, ed i racconti sei. Capite bene quanto alcuni di questi risultino stiracchiati, inconcludenti, con  protagonisti orfani di quasi tutto ciò che li rappresenta. Se siete lettori abituali  di Rocco Schiavone e compagnia  questi racconti acquisteranno un diverso significato: sarebbero un di più, un ritrovare amici in viaggio, una piccola chicca. Ma se come me non avete mai avuto l'occasione di leggere nulla che riguardi questi personaggi allora non aspettatevi di conoscerli con un volumetto come "Viaggiare in giallo". Rimarreste a bocca asciutta, calati in un contesto estraneo in cui non saprete come muovervi. Rimarreste delusi e anche arrabbiati, perché riuscire a comprendere il mondo di ogni protagonista è cosa impossibile e condensare un giallo in così poche pagine è pura follia! 
Anche se non sono una profonda conoscitrice del giallo italiano, perchè da sempre prediligo quello straniero, non ci vuole molto per rendersi conto che qualcuno tra questi autori si è limitato a compiere un "dovere editoriale". Questo è un altro grosso demerito dell'opera a mio avviso, che va a discapito anche dei  lettori più affezionati. Voi che sapete tutto dei veccchietti del Bar Lume, avete ritrovato qui le atmosfere tipiche dei romanzi di Malvaldi? Io non credo. Il titolo, "Viaggiare in giallo", è un ottimo specchietto per le allodole e attira senza dubbio l'attenzione di chi  si aggira in libreria in cerca delle ultime novità editoriali. In fondo il tema del viaggio è caro alla letteratura gialla di tutti i tempi: Agatha Christie ha costruito una fortuna sull'Orient Express e sulle rive del Nilo, ma siamo ben lontanti da quelle atmosfere cariche di suspence e di magia. Oramai viaggiare è un fenomeno alla portata di tutti, le crociere esclusive sono diventate pacchetti tutto compreso a cui partecipano  gruppi sempre più numerosi, la transiberiana non la prende più nessuno ed il massimo del lusso, parlando di treni, è un giro in Frecciarossa. I detective privati hanno ceduto il passo a commissari di polizia, giornalisti disoccupati e pensionati con la passione per le indagini a tinte fosche. Probabilmente il tema del viaggio non funziona più, e gli omaggi alle pietre miliari hanno stancato. Meglio allora concentrarsi su qualcosa di nuovo, e lasciare liberi gli autori  di costruirsi un proprio bagaglio di storia e tradizioni. Potrebbero diventare, perché no,  i nuovi capisaldi del giallo moderno.
Vediamo ora quali sono questi racconti che parlano di viaggi ed omicidi.
1) "Senza fermate intermedie" di Antonio Manzini: narra il viaggio del vicequestore Rocco Schiavone su un Frecciarossa, diretto a Roma per motivi personali. Dovrà  risolvere un delitto  "da camera chiusa", un chiaro omaggio alla tradizione gallista di ogni tempo. Mal riuscito tentativo purtroppo, che non fa onore nè all'autore nè alla sua creatura letteraria.
2) "Il testimone" di Francesco Recami: è il racconto che mi è piaciuto maggiormente. Originale e divertente, ha come   protagonista  Enrico, un  bambino di 5 anni che si trova in viaggio con la mamma verso la Corsica. Ci farà osservare il mondo degli adulti con i suoi occhi ben poco innocenti.
3) "In crociera col Cinghiale" di Marco Malvadi: l'umorismo toscano di Malvaldi non basta a salvare un racconto poco convincente, in cui i numerosi appartenenti alla "loggia del Cinghiale" si imbarcano in una crociera "low cost" per cercare di  smascherare una serie di furti compiuti a terra nelle abitazioni degli ignari passeggeri. 
4) "La segreta alchimia" di Gaetano Savatteri: l'omaggio in questo caso è rivolto all'intrigo internazionale, un altro grande classico della narrativa gialla. Di questo racconto ho apprezzato sicuramente l'ambientazione nella fascinosa Praga, città di cui mi sono perdutamente innamorata l'estate scorsa e che ho rivisto (o meglio intravisto) nelle brevi descrizioni di Savatteri. Anche qui il racconto è intriso di ironia e di sottile umorismo, ma l'autore ha staccato la spina proprio quando mi stavo affezionando a Saverio Lamanna e alle sue continue citazioni letterarie e musicali. Peccato.
5) “Killer” di Alessandro Robecchi:  killer  è il nome di un microscopico cane che viene rapito e per il quale viene chiesto un riscatto da capogiro. Confuso, irreale e nient'affatto riuscito, mi è sembrato che l'autore si sia sforzato a scrivere come se avesse avuto una pistola puntata alla tempia ed il tempo contato da una clessidra. Inutile e noioso.
6) “Un vero e proprio viaggio” di Alicia Giménez-Bartlett: l’ispettore Petra Delicado indaga su un cadavere fatto a pezzi e  ritrovato nella valigia di un'ignara viaggiatrice. Forse questo racconto è l'unico che poteva avere le basi per uno sviluppo interessante, una trama ricca di spunti che però era impossibile stendere a dovere data l'esiguità dello spazio a disposizione dell'autrice. Non è colpa sua, d'altronde.
In conclusione: Rocco Schiavone mi piace, vedrò di recuperare i suoi romanzi. E mi piace molto anche lo stile di Savatteri. Malvaldi sicuramente merita una chance, anche se nulla batterà mai lo humor inglese della signora Agatha. Che sia l'inizio di nuove avventure gialliste per la sottoscritta? Se così fosse dovrò riconoscere a questo libro almeno il merito di aver suscitato in me qualche  curiosità che prima non avevo.

Titolo: Viaggiare in giallo
Autori: Manzini, Recami, Malvaldi, Savatteri, Robecchi, Giménez-Bartlett
Editore: Sellerio Editore Palermo
Anno edizione: 2017
Pagine: 302 p. , Brossura


giovedì 18 maggio 2017

NON SONO UN'ASSASSINA - sesta parte




“ Va tutto bene?” Marco era fuori al bagno e si dimostrava allarmato dalla mia lunga permanenza. A quel punto non ci vidi più, presi il fazzolettino e glielo sventolai in faccia. “Che significa?” chiesi irritata. “ È un semplice fazzoletto, non capisco cosa ci sia di strano” rispose con freddezza invidiabile. “Basta bugie, tu non sei entrato per caso nella mia vita e nemmeno in questa storia, tu conoscevi Eva, e molto probabilmente l’hai uccisa”. Mi aspettavo che negasse, che dicesse altre bugie, e invece no, cominciò a confessare tutto, senza alcun problema. “Credimi, non è nulla come sembra, è stata Eva a fare tutto” Io rimasi allibita, non credevo alle mie orecchie. “Cioè. Si è suicidata?” “Non proprio. Io amavo Eva, da anni, sapevo tutto di lei, mi piaceva osservarla, anche quando non mi poteva vedere, ma lei non mi ha mai considerato, ero un’ombra di passaggio. Ma poi qualcosa è cambiato. Quando suo padre è morto mi capitò di incontrarla, come accadeva prima, ma questa volta fu lei ad avvicinarmi. Cominciammo a frequentarci e dopo poco venne a vivere da me, ma poi capii perché era successo”. Si fermò un attimo e riprese fiato, era sconvolto, anche se tentava di nasconderlo. “Un giorno mi raccontò una storia, che riguardava suo padre. Era giovane, ma già sposato e con una figlia. Si innamorò di una donna, ma anche lei era sposata. Tuttavia perse completamente la testa, avrebbe lasciato tutto per lei, ma non la sua amante, che al contrario lo considerava solo un passatempo. Era ricca e non aveva alcun rispetto per gli altri. Lo lasciò senza alcuna pietà. Lui provò a rimettersi insieme ma non ci fu nulla da fare. Così l’unica scelta logica fu quella di tornare dalla sua famiglia, ma tutto andò in rovina. La moglie morì dopo poco e lui cadde in depressione. Una depressione forte che è durata anni, lunghi anni durante i quali l’unica a stargli vicino è stata sua figlia fino al momento in cui lui ha deciso di mettere la parola fine, togliendosi la vita. Eva conosceva la verità , suo padre gliela aveva raccontata e nonostante la rabbia, lei riuscì a perdonarlo, a perdonare lui ma non quella donna”. “Ma questo cosa c’entra con me?” chiesi ingenuamente. “ Il nome di quella donna era Barbara Tavelli, ti ricorda qualcuno?” Mia madre, mia madre era stata l’amante del padre di Eva. “Ma lei è morta molti anni fa” dissi. “ Già, Eva questo lo ha scoperto e allora ha pensato bene di punire te, dopotutto le colpe dei padri, in questo caso delle madri, ricadono sui figli” pronunciò quelle parole con grande convinzione, come se fossero giuste. Abbiamo organizzato tutto, conoscevamo le tue abitudini, il fatto che andassi ogni pomeriggio al parco dopo il lavoro. Anche inserirci nella tua posta elettronica non è stato difficile. La tua curiosità era evidente, avresti sicuramente preso quel plico e soprattutto chiamato quel numero. Ma non potevamo limitarci a questo. Nei mesi precedenti abbiamo creato ad arte tutto il resto, le foto fuori la palestra, quelle rubate di Eva, ogni minimo particolare.” “ Ma come hai fatto ad entrare in casa mia?” A questo punto rise, in maniera liberatoria “Aprire una serratura non è affatto complesso come si crede. Quella sera dopo aver rubato il plico dalla tua borsa abbiamo organizzato l’omicidio. In un vicolo, tutto doveva far pensare ad un incontro con l’assassino, ossia tu. Il dolore che ho provato nell’affondare quella lama, nessuno potrà mai immaginarlo. Prima di chiudere gli occhi, definitivamente, pronunciò un’ultima parola, grazie. Mi ringraziava per averla uccisa”. A quel punto scappai, corsi via da quell’appartamento e mi precipitai a casa. Dovevo preparare i bagagli e andarmene. Raccolsi quello che trovai a portata di mano, misi tutto in una valigia e mi accinsi ad uscire quando bussarono alla porta. “Polizia, aprite” una voce, che riconobbi, era quella del commissario, mi stava chiedendo di aprire, oppure avrebbero sfondato la porta. Quando aprii ero evidentemente sconvolta e non fu difficile notarlo. Mi mostrarono un mandato di perquisizione e in un attimo molti agenti si riversarono in ogni piccolo angolo della casa. “Ma perché siete qui, non sono io l’assassina di Eva Ranieri, è stato Marco Matera, è lui che dovete arrestare.” Parlavo ma erano talmente tante le lacrime che le parole mi si bloccavano in gola. E poi nessuno mi dava ascolto. Sentii una voce maschile provenire dalla camera da letto. “ Commissario, voleva scappare, ecco la valigia”. Non ebbi nemmeno il tempo di replicare che un altro agente arrivò con in mano un oggetto chiuso in un canovaccio. Lo consegnò nelle mani del commissario che aprendolo fece uscire un coltello. Era pulito ma era evidente che fosse quello che aveva colpito Eva. A quel punto non sapevo più cosa fare, cosa dire. Ero rovinata per sempre.

martedì 16 maggio 2017

Incipit: Natura morta con custodia di sax, di Geoff Dyer




"Era quel tranquillo momento della sera quando la gente del giorno è già tornta a casa dal lavoro e la gente della notte deve ancora arivare al Birdland. Dalla finestra dell'albergo guardava Broadway farsi viscida e buia sotto una pioggia indecisa. Si versò da bere e posò una pila di canzoni di Sinatra sul piatto del giaradischi...toccò quel telefono che non squillava mai e tornò alla finestra. Presto la vista di fuori si annebbiò, appannata dal suo respiro. Ricalcando la propria immagine riflessa come fosse un disegno, tracciò con il dito delle linee intorno agli occhi, alla bocca e alla testa, finchè non li vide trasformarsi in un teschio gocciolante che cancellò con il polso.
Si sdraiò sul letto, infossando appena il soffice matersasso, convinto di sentirsi rimpicciolire, sul punto di svanire nel nulla. Sparsi sul pavimento c'erano piatti ancora pieni che aveva piluccato e subito lasciato stare. Un boccone qua, uno là, e poi di nuovo alla finestra. Non mangiava quasi, ma i sui gusti non lia aveva persi.: la cucina cinese era la sua preferita, e quella che avanzava di più. Era vissuto per molto tempo di latte scremato e popcorn, ma ora anche questi l'avevano stancato. Mangiava sempre di meno e beveva sempre di più."

venerdì 12 maggio 2017

Explicit: Il giardino dei Finzi-Contini, di Giorgio Bassani




Che cosa c'è stato, fra loro due? Niente? Chissà. Certo è che, quasi presaga della prossima morte, sua e di tutti i suoi, Micòl ripeteva di continuo anche a Malnate che a lei, del suo futuro democratico e sociale, non gliene importava nulla, che il suo futuro, in sé, lei lo abborriva, ad esso preferendo di gran lunga “le vierge, le vivace et le bel aujourd’hui”, e il passato, ancora di più, il caro, il dolce, il pio passato. E siccome queste, lo so, non erano che parole, le solite parole ingannevoli e disperate che soltanto un vero bacio avrebbe potuto impedirle di proferire: di esse, appunto, e non di altre, sia suggellato qui quel poco che il cuore ha saputo ricordare.

giovedì 11 maggio 2017

NON SONO UN'ASSASSINA - Quinta parte




Uscii di corsa da quella che non sentivo più essere casa mia. Avevo ancora strette nella mani quelle fotografie assurde che non avevano alcun senso ma che stavano ormai minando la mia mente quasi portandomi a credere di aver fatto qualcosa che non ricordavo. Mi sentivo osservata, come se tutti coloro che fossero in strada mi osservassero e additassero come si faceva in passato con una strega. Non sapevo cosa fare, ogni mio gesto sarebbe stato sbagliato. Distruggerle non era la scelta giusta ma di sicuro nemmeno tenerle, e nemmeno andare alla polizia. Avrebbe dato loro un’ammissione di colpevolezza. Provai a farle entrare nella tasca della giacca ma proprio facendo quel movimento cadde un biglietto, era quello dell’avvocato Matera. Lo chiamai con voce terrorizzata e dall’altro capo mi rispose una persona intenzionata solo a tranquillizzarmi. Non potevo spiegargli telefonicamente cosa fosse successo ma gli dissi che avevo assolutamente bisogno di parlargli. Era sera e lui non si trovava in studio ma mi indicò dove fosse casa sua, non distante da dov’ero in quel momento. Continuai a camminare come un automa mentre la mia testa macinava pensieri. Mi chiedevo come fosse possibile che la vita di una persona potesse cambiare da un momento all’altro senza una ragione precisa. Spesso mi ero ripetuta che avevo sbagliato solo a raccogliere quel plico da quella maledetta panchina, ma poi compresi che dietro tutto questo c’era ben altro. L’odio di una persona a me sconosciuta, che stava facendo ogni cosa, anche quella più assurda per farmi apparire un’assassina. Quando Marco aprì la porta gli saltai al collo. Non lo avrei mai fatto di norma ma in quel momento avevo bisogno di un contatto e di un conforto. Lui ricambio ma era evidentemente imbarazzato. Mi fece sedere sul divano e prese le foto che le porsi. “ In tanti anni che faccio questo mestiere non mi era mai capitata una cosa del genere. E’ davvero una storia incredibile, ma sei sicura che non la conoscevi affatto?” chiese. “Certo che sono sicura ma se non è quello che pensi anche tu, inutile che resti qui, grazie lo stesso”. Stavo per alzarmi ma una mano poderosa me lo impedì. “Non volevo ferirti. Sono sicuro che se ci impegniamo ogni dettaglio comporrà il puzzle. Ora ti preparo una tisana e ci mettiamo subito al lavoro”. “Scusa posso andare un attimo in bagno?” lui asserì e mi indicò la strada. Sentivo gli occhi pieni di lacrime, dovevo assolutamente rinfrescarmi un attimo. Il bagno mi colpì. Era semplice ma accogliente. Aveva piastrelle color pesca e un arredamento che sembrava avere una mano femminile. La presenza di una donna che non avevo notato nel salone lì era chiarissima. Anche sul lavandino notai due spazzolini e anche alcuni prodotti di cosmesi certamente non di un uomo. Probabilmente aveva una compagna che veniva spesso a stare da lui. Continuai a lavarmi il viso ma mi colpì un accappatoio appeso alla porta e riflesso allo specchio. Era rosa pallido accanto ad un altro grigio. Aveva una scritta ricamata in rosso nella parte sinistra. Mi avvicinai e mi sentii male nel leggere “Eva”. Mi guardai intorno cercando altri indizi e trovai dei piccoli fazzoletti bianchi e ricamati con le iniziali E ed R, ovviamente Eva Ranieri. Poi di colpo nella mia mente apparve una immagine che in quei giorni avevo rimosso, forse ritenendola poco importante. Quando Eva era seduta su quella panchina a un certo punto porse un fazzolettino a lui. Da come lo muoveva era evidente fosse di stoffa e non di carta. Un flash che insieme all’accappatoio dimostrava una sola cosa: Marco ed Eva si conoscevano.

RACCONTO A PUNTATA DI ROSARIA RUSSO

Recensione: Borgo Propizio, di Loredana Limone


Immaginate uno di quei borghi millenari nascosti negli anfratti della nostra bella penisola: vicoli acciottolati che si arrotolano su se stessi, case di pietra antica rivestite di edera e vite americana, gerani dai colori sgargianti che fanno bella mostra di sè alle finestre,  e gatti che si scaldano sonnacchiosi al sole. Ora provate a dare un'occhiata agli abitanti che si aggirano per le vie del paese: troverete, quasi certamente, un gruppetto di comari intente a spettegolare del più e del meno, ognuna con l'ultima novità da raccontare alle altre. E siccome nel borgo non succede mai nulla, le invenzioni delle signore corrono veloci sulle ali della fantasia, per rimbalzare poi di bocca in bocca e di porta in porta. Ma se un giorno come tanti succedesse qualcosa, un fatto a dir poco straordinario, che squarcia improvvisamente l'immobilità di quel tempo sospeso? Succede che inizierebbe una storia. La storia di Borgo Propizio.
Loredana Limone presta la sua penna a questo paese, trasformando la sua storia in una favola moderna. All'inizio non avevo capito lo spirito della narrazione, concentrata com'ero a non perdermi una sola parola. Questo romanzo da tempo riscuote un grande successo soprattutto nell'ambiente dei blog letterari, impossibile non incappare in qualche citazione o recensione: tutte entusiastiche. Le mie aspettative erano quindi molto alte, al punto che durante le prime cento pagine disturbata dalla frenesia di trovare anche io l'eccezionalità nel romanzo ho perso di vista il mio diktat, la regola n.1 che sempre mi impongo di seguire quando mi approccio ad una lettura: calarsi nel contesto. Non si può affrontare una lettura senza sapere prima in quale dimensione dobbiamo entrare, perchè ogni mondo narrativo ha le sue regole e le sue eccezioni. Il rischio che si corre, senza prendere i dovuti accorgimenti, è di non coglierne il senso e di non vedere quello che l'autore ha voluto nascondre tra le pieghe delle pagine. Così è capitato che io, fino a metà del libro, cercassi qualcosa che non c'era.  Mi sono goduta molto poco la surreale stravaganza di  Mariolina e Marietta, due personaggi che da sole potevano tessere le fila di tutto il romanzo. Due sorelle di 46 e 47 anni, single da tutta la vita, diverse come più non si potrebbe fatta eccezione per la verginità che le accomuna, e che ancora conservano come un lascito morale della defunta madre: l'una che non vede l'ora di disfarsene, l'altra che lo cura come una reliquia. Ad agitare le acque della placida vita da impiegata comunale di Mariolina arriva Ruggero, un costruttore edile piacione e sgrammaticato che per amore indossa le vesti di  cavaliere dalla scintillante armatura, colui  che la salverà da un futuro di ragnatele. Come mai Ruggero si trova proprio a Borgo Propizio, dove le case sono antiche e antiche restano, e dove nessun negozio  esiste più? Perché in paese sta per arrivare una fresca novità: una latteria. Un'attività commerciale che più anacronistica non si potrebbe,  dove un tempo risiedeva la bottega di un ciabattino, diventerà il luogo perfetto per ricominciare. Belinda, la proprietaria, ha bisogno di diventare adulta ed è decisa a realizzare il suo sogno di bambina: isolarsi dal mondo industrializzato per lanciarsi senza paracadute in un'avventura in mezzo al nulla, cercando di trasformare la sua infantile passione per il latte in qualcosa di stuzzicante, orginale e nuovo. A fare da contorno ci sono altri personaggi, ognuno con la sua matassa da sbrogliare: per esempio i genitori di Belinda, una coppia di mezza età in piena crisi coniugale; ed ancora zia Letizia, una vedova  nostalgica dei bei tempi andati, fan sfegatata di Gianni Morandi. Tutto in questo romanzo ha le dimensioni di una fiaba, ogni cosa sembra sbucata fuori dal tempo, dalla logica e dallo spazio. E come in ogni fiaba che si rispetti, ogni cosa troverà il suo posto ed ognuno il suo lieto fine. Borgo Propizio è un paese inesistente che diventa un simbolo, il simbolo di chi ha speranza, di chi ha il coraggio di cambiare, di chi vuole allontare la paura, di chi crede nel lato buono delle persone. Non è un caso se l'autrice, come lei stessa dichiara nella postfazione, ha scritto questo romanzo mentre stava uscendo da un periodo personale difficile ed aveva fortemente bisogno di tornare ad avere speranza e fiducia nella vita. Borgo Propizio è diventato così un nido accogliente, per lei stessa prima che per tanti altri lettori.Questa dimensione favolistica è la caratteristica vincente del romanzo, ma esiste anche il rovescio della medaglia: quello che ho colto io, purtroppo. Per tutta la durata della lettura, volata via in un batter d'occhio, mi sono chiesta continuamente dove stava la fregatura per Mariolina, per Belinda, per Ruggero e per la coppia in crisi. Mano a mano che ottenevo le mie risposte una parte di me rimaneva delusa, aggrappata come sono alla vita reale che come ben sappiamo è fatta di delusioni, sconfitte, cadute rovinose e miracolose rimesse in sesto. Borgo Propizio mi ha fatto capire quanto io non sia più in grado di credere nelle favole, nella mia come in quelle di nessun altro. "...E vissero tutti felici e contenti" è una locuzione che mi infastidisce e mi irrita. 
Forse un giorno tornerò a Borgo Propizio, magari quando sarò pronta a farmi trasportare da un'ondata di pensieri positivi, perchè per credere che alla fine tutto andrà bene occorre una buone dose di coraggio: il coraggio di gettare via la rassicurante zavorra delle nostre paure, quel dannato peso che ci portiamo sempre dietro e che ci tiene saldalmente ancorati a terra.


TITOLO: Borgo Propizio
AUTORE: Lorenda Limone
CASA EDITRICE: Teadue
PAGINE: 289
ANNO PUBBLICAZIONE: settembre 2013

domenica 7 maggio 2017

Coffee break



Fu quella una data memorabile per me, poiché portò a molti mutamenti in me stesso. Avviene la medesima cosa in ogni esistenza. Immaginate un dato giorno distaccato da tutti gli altri, e pensate come avrebbe potuto esserne differente tutto il corso. Fermati, tu che leggi, e rifletti per un istante sulla lunga catena di ferro od oro, di spini o fiori, che non ti avrebbe mai avvinto, se non si fosse formato il primo anello in quell'unica memorabile giornata.


                                                                       ***

Il cielo sa che non dovremmo mai vergognarci delle nostre lacrime, perché sono pioggia sulla polvere accecante della terra che ricopre i nostri cuori induriti. Dopo aver pianto mi sentii più sollevato, più triste, più conscio della mia ingratitudine, più buono.

                                                                        ***

Pip, caro vecchio mio, la vita è fatta, per così dire, di tanti addii fusi insieme, e un uomo batte il ferro, e uno lo stagno, e un altro l'oro, e uno il rame. Le divisioni tra di loro saranno inevitabili, e bisogna accettarle come vengono.


Sfogliando "Grandi Speranze" di Charles Dickens


Recensione: Via dalla pazza folla, di Thomas Hardy - Fazi Editore



E' da diverso tempo che desidero fare la  conoscenza di Thomas Hardy, importante autore inglese di fine ottocento che, sia  per l'epoca in cui visse che per le tematiche  pessimiste che adombrano le sue opere, costituisce  un importante collegamento tra l'epoca vittoriana e quella del primo novecento, in cui si consolida l'idea che l'uomo è in mano ad un destino ineluttabile, spesso crudele, contro cui non può combattere. Hardy sembra anticipare un ideale filosofico ancora agli albori, ed in questo  risiede buona parte della sua particolarità e della sua  modernità. E' un autore molto innovativo anche per lo stile cinematografico che utilizza nei suoi  romanzi: noi lettori abbiamo la continua percezione di essere  onniscenti di fronte alle scene che lui descrive, totalmente parte dei paesaggi e di una  vita rurale magnificamente descritta. Nessun filtro sembra separarci dalla vita bucolica che Hardy ama raccontare, le immagini sono vivide e le sensazioni molto forti, quasi fossero anche olfattive e tattili. Il mondo pastorale è molto caro a Thomas Hardy: tutti i suoi romanzi sono infatti ambientati nel Wessex (nome fittizzio della contea del  Dorset) a cui è  legato da nostalgici ricordi d'infanzia e da memorie del passato. Nacque infatti nel cuore della campagna inglese da una famiglia di umili origini, un mondo lontano e pieno di poesia che nella sua prosa diventa il protagonista assoluto, ben più dei personaggi a cui da vita."Via dalla pazza folla" è il  primo romanzo ambientato nel natìo Wessex, ed ha come protagonista la vita di una piccola comunità rurale. Tutto è permeato da un'intensa poesia, a cominciare dal titolo: non richiama un nome, un protagonista o un eroe da romanzo, bensì un mondo idilliaco che per l'autore è la massima espressione della vita stessa, l'ambizione suprema cui dovrebbe aspirare l'essere umano. Nella visione di Hardy il mondo rurale è l'unico scenario possibile in cui l'uomo e la natura possono convivere in perfetta armonia, ed allontarsi da questo provocherebbe solo sofferenza e dolore. Se la felicità ha un luogo in cui insediarsi, è sicuramente lontano dalla convulsione cittadina.
All'interno di questo mondo che ha i colori e le forme di un quadro naif, viene ritratta la figura indimenticabile di una giovane donna anticonformista, testarda, indipendente e volitiva: Batsheba Everdene. Il romanzo si apre con la sua comparsa, una visione fugace eppure così intensa  da sconvolgere  per sempre la vita tranquilla del fittavolo Gabriel Oak. Gabriel, all'inizio del romanzo, è un uomo che ha dedicato tutta la sua vita al lavoro, costruendosi una buona posizione all'interno della piccola comunità. Dopo molti sacrifici è riuscito ad avere un proprio gregge di pecore, e questo gli ha consentito di elevarsi socialmente: nella realtà contadina di quei tempi possedere capi di bestiame, o una terra da coltivare, significava essere benestanti. Gabriel si innamora subito di Batsheba, la quale  aldilà di un carattere bizzoso non possedeva nulla; nonostante la sua condizione di povertà  rifiuta risoluta la proposta di matrimonio di Gabriel, disinteressata com'era agli uomini e saldamente legata alla sua idea di libertà. L'imprevedibilità della vita porta però ad un ribaltamento delle condizioni economiche e sociali dei due protagonisti. Gabriel in seguito ad un incidente perde tutti i suoi capi di bestiame, ancora non assicurati, e il disastro economico lo obbliga a cercare lavoro presso una fattoria. Basheba invece  eredita inaspettatamente alcuni possedimenti da uno zio, diventando così  fittavola a sua volta. Questo rovesciamento improvviso della sorte serve all'autore per mettere in evidenza gli aspetti caratteriali dei protagonisti, che riescono ad adattarsi alle nuove condizioni di vita affidandosi solo alla propria forza d'animo. Gabriel, solido e maturo, continuerà a svolgere al meglio il proprio lavoro di pastore alle dipendenze della donna che ama, per la quale nutre un sentimento sincero e profondo, indifferente alla gelosia e alle ripicche infantili tipici degli innamorati. Quando capisce che la sua nuova condizione non gli permetterà mai di conquistare il cuore di Batsheba si mette da parte con dignità e compostezza, senza pestare i piedi o mettersi ad imprecare contro la sorte avversa. Attende, paziente, il suo momento. Egli è certo che arriverà, così come è certo dell'alternarsi delle stagioni. Adatta l'amore che sente per Batsheba all'amicizia, diventando suo confidente e consigliere per quanto riguarda le faccende della fattoria. Una solida presenza che gravita nell'ombra, pronto ad intervenire nei momenti di bisogno: è questo ciò in cui si trasforma Gabriel Oak per amore. Batsheba, dal canto suo, deve fare i conti con una grande proprietà da gestire, che non intende affidare a nessun altro. Decide così di farsi carico personalmente dei doveri di fattrice, organizzando il lavoro degli uomini  e gestendo gli aspetti economici della fattoria. Un compito tutt'altro che semplice, ma la sua indipendenza e la sua testardaggine non le consentono di scendere a patti con niente e nessuno. Bathseba è una donna straordinariamente moderna per i suoi tempi ed ha ben poche cose in comune con la maggior parte delle ragazze dell'epoca: non le interessa il matrimonio, perché  sposarsi e diventare moglie di qualcuno soffocherebbe la sua libertà e la sua indipendenza. Scegliere di condurre da sola una fattoria  diventando il capo di contadini, pastori ed operai è una presa di posizione forte e assolutamente fuori dal comune per l'epoca, che Batsheba compie con un grande senso di responsabilità. Tuttavia è pur sempre una donna, bella e volitiva, che ispira amore e  desiderio negli uomini. E' indipendente e testarda, ma questo non le impedisce di essere  immune alle lusinghe amorose  e all'attrazione nei confronti dell'altro sesso. Oltre a Gabriel, altri due uomini si contendono l'amore di Batsheba: Francis William Troy, ufficiale dell'esercito affascinante ed inaffidabile, e Bolwood, il fattore delle confinanti proprietà, che conduce una vita riservata e severa. Alla fine di una lunga attesa arriverà per Gabriel il momento della ricompensa, perchè nella visione di Thomas Hardy la vita premia sempre chi sa attendere. Le vicende amorose di Batsheba, al centro di un intreccio che ci riserverà numerosi colpi di scena, è comunque solo un delizioso contorno. Come affermavo all'inzio il vero protagonista di questo romanzo è la campagna inglese di fine ottocento, con i suoi antichi rituali: la tosatura delle pecore, la festa della mietitura del grano, il lavoro nella malteria. Ogni momento di vita pastorale viene descritto con una tale bellezza che è impossibile resistere alle suggestioni della scrittura di Hardy, veniamo letteralmente trascinati dalla sua  forza espressiva e ci sentiamo parte di quelle scene di vita semplice ed agreste, completamente appagati. Mentre leggiamo veniamo pervasi dal desiderio di appartenere ad uno stile di vita più semplice ed integro, in cui la natura detta i suoi tempi all'essere umano. In questo Thomas Hardy dimostra tutta la sua grandezza di scrittore, perché a fare da spartiacque tra un autore ed un grande autore è proprio la capacità di immedesimazione che si offre al lettore, ed alle sensazioni che si è in grado di far affiorare durante la lettura. Lo stile narrativo non è semplice, tutt'altro. Spesso i pensieri sono esposti in modo tortuoso ed il lirismo raggiunge vette altissime, soprattutto quando siamo di fronte alle scene di vita agreste. E' però qualcosa di naturale, non c'è nessuna forzatura nello stile e questo ci consente  di assimilare certe "fioriture" senza  difficoltà, se non forse all'inizio: è necessario un piccolo sforzo per adattarsi alla prosa di Hardy, perché non è lineare nè immediata. Ma se non vi lasciate scoraggiare dall'impatto, se vi lasciate trasportare dal vortice emozionale delle sue parole, allora leggere Via dalla pazza folla vi procurerà un piacere raro, una gioia che solo noi lettori abbiamo la fortuna di poter conoscere.


TITOLO: Via dalla pazza folla
AUTORE: Thomas Hardy
CASA EDITRICE: Fazi
TRADUTTORE: E. Mistretta
PAGINE: 472

giovedì 4 maggio 2017

NON SONO UN'ASSASSINA - Quarta parte




Quando entrai in casa aprii il pc. Non sapevo cosa cercare ma provai a trovare qualcosa che legasse Eva a me. Controlli incrociati che non portarono da nessuna parte. Non ci accomunava niente, le nostre vite camminavano su due binari paralleli che mai si sarebbero dovuti incrociare. Proprio navigando in rete però lessi una notizia riportata da un quotidiano locale. Il funerale di Eva Ranieri si sarebbe svolto in quella stessa giornata in una parrocchia non molto lontana da dove abitavo. Come da iter dopo aver effettuato i controlli e gli esami la salma riceveva degna sepoltura. Probabilmente stavo per compiere una sciocchezza ma qualcosa dentro me chiedeva prepotentemente di andare. Cercai di camuffarmi, indossai una giacca e un paio di occhiali scuri, oltre a legare i capelli in una coda di cavallo. Non volevo che qualcuno potesse notarmi. Quando arrivai la cerimonia era già cominciata ma la chiesa era quasi vuota. Poche persone occupavano le due file di panche vicino all’altare. La bara posta al centro non aveva grandi addobbi e nemmeno molte corone di fiori che la circondassero. Le parole pronunciate dal prete durante l’omelia mostravano grande dolore per la vita spezzata di una giovane donna, e cercavano di convincere l’ipotetico assassino a farsi avanti e confessare i suoi mali. Tuttavia non c’era enfasi, erano parole dettate da un cristiano ma non da uno che conosceva bene quella donna e chiedeva giustizia. Mi sistemai accanto alla porta principale, in piedi, e notai una persona provenire da un ingresso secondario. Non riuscii a osservarla bene. Sembrava un uomo ma aveva un berretto di lana e due occhiali scuri che non tolse pur entrando in chiesa. Fece il segno della croce e si avvicinò alla bara, quasi disinteressandosi del prete e degli altri fedeli. Si inginocchiò e la accarezzò dopo aver deposto un mazzo di rose rosse. Si girò verso di me solo per un istante. Feci un paio di foto, augurandomi che fossero venute decentemente e potessero aiutarmi a capire. Andò subito via e fortunatamente non notò la mia presenza. Aspettai che terminasse la messa, mi avvicinai alla bara, e mi inginocchiai. Presi il mazzo di rose ma non c’era nessun biglietto. Tornai però subito lucida,. Ero venuta lì per capire qualcosa di più su di lei. La salma era stata portata via, senza essere seguita da nessuno. In chiesa cominciavano a riordinare e io mi avvicinai ad una signora. Mi presentai come persona rimasta colpita da una morte così tragica e lei si dimostrò disponibile a parlare con me. “La conoscevate bene?” chiesi. “ No, era una nostra parrocchiana e veniva spesso in chiesa ad ascoltare la messa. Ma da sola, anni fa con suo padre ma poi dopo la sua morte non era accompagnata da nessuno.” “ E scusi la domanda, ma chi si è occupato dei suoi funerali?”' ' La signora, gentilissima fino a quel momento mi guardò con aria diffidente, non comprendeva il senso di quella domanda, tuttavia rispose. “ Noi, cioè la signora ha incaricato la chiesa di occuparsi dei funerali e della sepoltura accanto alla tomba del padre. Ha pagato e sistemato tutto quando era in vita. Io sono qui da molti anni e subito dopo la morte di suo padre ha già pensato al suo. Inoltre suo padre non è morto di vecchiaia”. “ Cioè, che vuol dire?” “Che si è suicidato, soffriva di depressione da anni e a un certo punto non ce l’ha fatta. Un dolore grandissimo per sua figlia”. Quelle parole mi gelarono, come tutto quello che stava accadendo. Non c’era nulla in quella storia che avesse un senso. Tornai subito a casa, volevo scaricare su computer le foto, magari sarei riuscita a vedere meglio chi fosse quell’uomo. Forse al funerale c’era anche qualcuno della polizia e lo avevano notato, ma nel dubbio qualcosa avrei dovuta farla anche io. Avevo bisogno del cavetto per il pc, solitamente sulla scrivania, ma non quella volta. Non era al solito posto e nemmeno ricordavo dove fosse. Cercai in tutti i cassetti e poi, in uno di quelli più in basso lo trovai. Ma non solo quello purtroppo. Dietro, quasi nascoste notai alcune foto. Erano raccolte con un nastrino. Non ricordavo di averle mai viste prima. Le presi e rimasi scioccata nel guardare chi immortalassero. Erano di Eva, foto rubate, momenti nei quali lei era al bar, o in casa, oppure al supermercato. Foto scattate per spiarla, ma cosa ci facevano in uno dei miei cassetti? Qualcuno era entrato, aveva violato ciò che mi apparteneva e stava nuovamente provando ad incastrarmi.

RACCONTO A PUNTATE DI ROSARIA RUSSO

domenica 30 aprile 2017

Coffee break




Ascoltò sbrigativamente le richieste caotiche e insensate di Young, convinto che fosse un omosessuale. Sulla cartella stese però una diagnosi più elaborata: "Stato costituzionalmente psicopatico, manifestantesi attraverso dipendenza da sostanze stupefacenti (canapa indiana, barbiturici), alcoolismo cronico e tendenza a vivere senza fissa dimora... problema puramente disciplinare."
Come un ripensamento, quasi una sintesi, aggiunse: "Jazz."

                                                                     ***

Ecco perchè non suonava mai il blues. E quelle rare volte che lo suonava non era nemmeno più un vero blues, perchè lui non aveva bisogno della solidarietà, della religione che ne è parte integrante. Il blues era una promessa che non avrebbe mai potuto mantenere.
Adagiò la tromba sul letto e andò in bagno. Quando lei udì lo scatto della porta che si chiudeva, si sorprese a pensare come perfino questo minimo distacco fosse velato di tristezza. Ogni richiudersi di porte dietro di lui era quasi un presagio della separazione finale che doveva venire, proprio come ogni nota che suonava pareva essere l'ultima della canzone: come se l'improvvisazione fosse in lui una forma di chiaroveggenza, come se suonasse elegie per il futuro.
Era un uomo che sembrava in procinto di andarsene. Quando lo aspettavi, si faceva vedere con tre o quattro ore di ritardo, oppure non arrivava affatto, o magari spariva per giorni e giorni, settimane intere, senza lasciare un numero di telefono o una spiegazione. Ed era sorprendente quanto fosse facile assuefarsi all'amore per lui, quanto la sua mancanza fosse affine allo stargli insieme: lui ti portava così vicina alla solitudine, quella che ognuno sente dentro di sé, quella che si coglie sui volti smarriti degli estranei in un ametropolitana mezza vuota. Anche dopo che avevano fatto l'amore e lui si staccava da lei, anche allora, pochi minuti dopo essere venuta, sentiva di perderlo. Certi uomini, amandoti, ti lasciano nel corpo l'impronta della passione, come un bambino che ti cresca nel ventre. Possono restarsene lontani per un anno, m il tuo corpo continua a sentirsi colmo di loro, colmo del loro amore. Chet ti lasciava come svuotata, colma soltanto di desiderio per lui, di speranza che la prossima volta, la prossima volta... E quando ti accorgevi che non avrebbe mai potuto darti quello che chiedevi, lui ormai era l'unica cosa che volevi.

Sfogliando "Natura morta con custodia di sax"i Geoff Dyer  

venerdì 28 aprile 2017

Recensione: Il mondo di Belle, di Kathleen Grissom - Edizioni Neri Pozza



Desideravo leggere questo romanzo da diverso tempo, però anche questa volta la mia diffidenza iniziale ha giocato a suo sfavore, lasciandolo sospeso in quel limbo in cui finiscono le letture che continuo a rimandare. Il mio timore era che ricalcasse troppo le orme del celeberrimo Via col Vento di Margaret Mitchell, capolavoro letterario e cinematografico emblema di tutte le storie ambientate nel romantico sud. Mi sbagliavo di brutto, perchè Via col vento è ambientato durante la Guerra di Secessione americana mentre "Il mondo di Belle" racconta il periodo immediatamente precedente. Non esisteva ancora nessun conflitto tra nordisti e sudisti, tra Stati Uniti e Stati Confederati; la causa abolizionista non era ancora stata proclamata e Abramo Lincoln non era ancora nato. Ma soprattutto la storia si svolge in Virginia, una delle prime colonie britanniche  dell'America settentrionale: altro che romantico sud! Stavo prendendo una cantonata pazzesca. Quindi trattandosi di una storia nuova ho abbandonato  le idee che mi ero fatta e mi sono lanciata nella lettura, invogliata anche dalle numerose opinioni positive che accompagnano il romanzo da quando è stato pubblicato, nel 2013. La storia si sviluppa nell'arco di circa quindici anni, tra il 1792 e il 1807, ed affonda le sue radici in una delle  grandi piantagioni di tabacco che all'epoca prosperavano nelle ex colonie del nord america. La schiavitù faceva parte integrante dello stile di vita e della stratificazione sociale di tutti i paesi americani del tempo, era una realtà largamente diffusa ed accettata come un fatto naturale a cui era impossibile ribellarsi: i venti del cambiamento non soffiavano ancora, e nessuna idea di libertà era  in procinto di sbocciare. Le persone di colore, deportate dalle colonie africane, venivano sfruttate e fatte lavorare in terribili condizioni per far prosperare le immense piantagioni che davano ricchezza ai latifondisti; potevano essere oggetto di contrattazione al pari del bestiame e i loro padroni avevano diritto di vita e di morte su di loro. Esistevano leggi severe che impedivano i matrimoni tra bianchi e neri, e l'unica possibilità che aveva una persona di colore per poter vivere una vita dignitosa era ottenere l'affrancamento dal proprio padrone: inutile dire che erano eventi molto rari, dettati da circostanze uniche nel loro genere. Dunque è questo  il quadro storico e sociale in cui si collocano i personaggi della nostra storia, dando vita ad una saga familiare intensa e suggestiva, che mi ha letteralmente rapita. La scrittura in sè per sè non l'ho trovata niente di speciale, nel senso che l'autrice svolge bene il suo dovere ma non mi ha particolarmente colpita. L'elemento vincente è senza dubbio la storia narrata, interamente basata sulle vicende umane e sugli intricati legami affettivi che nascono all'interno della piantagione di Tall Oak e che si sviluppano in un crescendo di drammaticità e colpi di scena. Le protagoniste principali sono due: Belle e Lavinia. Lavinia è una bambina sparuta  di soli sette anni quando si ritrova catapultata in Virginia nella piantagione del Capitano Pike, dopo una lunga traversata dall'Irlanda di cui non ricorda nulla. I suoi genitori durante il viaggio contraggono alcuni debiti con il capitano Pike ma purtroppo muoiono entrambi prima che potessero ripagarlo: Lavinia diventa così oggetto di scambio ed il capitano se ne appropria  a titolo di risarcimento. Quando il capitano rientra alla piantagione da ordini alla servitù delle cucine di prendere sotto la loro ala protettrice la bambina, e la affida così a Belle. La cucina della casa padronale era un edificio distaccato da quello principale, perché all'epoca capitava spesso che si verificassero incendi al loro interno e quindi per sicurezza venivano dislocate. Belle è la schiava mulatta che si occupa dei pasti della casa padronale, abile cuoca e grande lavoratice, dotata di una bellezza intrigante e fuori dal comune. E' la figlia illegittima del capitano, frutto dell'amore clandestino con una sua serva. L'uomo nutre un amore tenero e sincero nei confronti della ragazza  e riesce a nascondere malamente questo sentimento, instillando negli altri membri della famiglia il dubbio che Belle  fosse in realtà la sua amante. Questo è quello che pensa Martha, la sua giovane moglie, ed il primogenito Marshall, che da sempre nutre un odio profondo nei confronti della ragazza. Lavinia si lega a Belle in modo viscerale, e cominciano a considerarsi entrambe come madre e figlia. Le pagine del libro sono un alternarsi tra i racconti di Lavinia, in cui domina la disarmante ingenuità della ragazzina, e quelli di Belle, sempre molto stringati, ridotti all'essenziale ed estremamente lucidi. Lavinia vive con il disincanto del suo animo fanciullesco e pulito i rapporti affettivi che via via  instaura all'interno della famiglia di schiavi che l'ha di fatto adottata, mentre Belle è consapevole della sua condizione disgraziata e nonostante sia la figlia del padrone è costretta a vivere come una schiava qualsiasi, senza diritti ed esposta a soprusi di ogni tipo. Belle, per amore di Lavinia, tace alla bambina le brutture della casa padronale, i maltrattamenti che subiscono i lavoratori dei campi da parte del loro supervisore, un alcolizzato violento, e la paura costante che avevano le donne di essere abusate. La condizione delle donne schiave era forse ancora peggiore di quella degli uomini, perchè oltre alle frustate del guardiano subivano spesso anche violenza sessuale, diventando giumente da monta per i signorotti bianchi. Spesso in seguito a queste unioni selvatiche venivano concepiti bambini di sangue misto, ma per le donne della piantagione non faceva nessuna differenza. Ogni bambino che nasceva a Tall Oak veniva ugualmente amato, nutrito ed accudito a prescindere dai legami di sangue. E' questo ciò che Mamma Mae insegna a Lavinia, che non è importante il colore di un bambino, perchè l'unica cosa che conta è l'amore che ha diritto di ricevere. Mamma Mae è uno dei personaggi che più mi ha conquistata, perché nonostante l'ignoranza e la povertà in cui è costretta a vivere porta in sè una straordinaria saggezza, derivata dalla fede in Dio e dalle lezioni che la vita le ha impartito. Ma, più di qualsiasi cosa, mi ha colpita la sua dignità, che nessuno riesce a scalfire, ed il suo coraggio di mamma generosa, la mamma di tutti i bambini della piantagione che ha sfamato e vestito. Mamma Mae, papà George, Ben, le gemelle Fanny e Beatty, Dory, e poi naturalmente Belle: sono loro la  famiglia di Lavinia, persone che si amano nonostante le differenze e che si sostengono l'un l'altro nel momento del bisogno. Poco altro importa, a Lavinia come a tutti loro.
Purtroppo gli avvenimenti che si susseguono quando Lavinia da bambina si trasforma in una giovane ed affascinante ragazza sono tragici, una catena funesta che sembra non spezzarsi mai. I tempi dopo la morte del capitano Pike sono radicalmente cambiati, il figlio Marshall assume il controllo delle proprietà portando con sè un'ombra nera di odio che si sparge in tutta la piantagione, con conseguenze devastanti. Non solo la famiglia di colore di Belle subirà le conseguenze di questo cambiamento, ma la stessa discendenza Pike giungerà al capolinea. Nonostante questi picchi drammatici la storia non perde niente della sua bellezza originaria, anzi se possibile ne trae beneficio. I momenti di gioia e di condivisione, di amore e di fratellanza diventano ancora più intensi e commoventi, facendoci allargare il cuore. Alla fine di questa appassionante saga si intravede un barlume di speranza e di pace, quella speranza che anche nelle situazioni più buie persone splendide come Mamma Mae e papà George hanno sempre tenuto acceso, accolgiendo tutti tra le loro grandi braccia.
Un romanzo storico davvero buono si riconosce quando, leggendo, non abbiamo più la percezione della finzione narrativa. E' un artificio che qualche volta non riesce, ma Kathleen Grissom è stata molto brava in questo e si intuisce  chiaramente quanta preparazione e quanto studio ci sia stato  dietro l'imbastitura di questa storia di donne straordinarie, che difficilmente dimenticherò.


Titolo: Il mondo di Belle
Autore: Kathleen Grissom
Traduttore: C. Brovelli
Editore: Neri Pozza
Collana: I narratori delle tavole
Anno edizione: 2013
Pagine: 413 p. , Brossura