lunedì 24 aprile 2017

Incipit: L'eleganza del riccio, di Muriel Barbery





"Mi chiamo Renée. Ho cinquantaquattro anni. Da ventisette sono la portinaia al numero 7 di rue de Grenelle, un bel palazzo privato con cortile e giardino interni, suddiviso in otto appartamenti di gran lusso, tutti abitati, tutti enormi. Sono vedova, bassa, brutta, grassottella, ho i calli ai piedi e, se penso a certe mattine autolesionistiche, l’alito di un mammut. Non ho studiato, sono sempre stata povera, discreta e insignificante. Vivo sola con il mio gatto, un micione pigro che, come unica particolarità degna di nota, quando si indispettisce ha le zampe puzzolenti. Né lui né io facciamo molti forzi per integrarci nella cerchia dei nostri simili. Siccome, pur essendo sempre educata, raramente ono gentile, non mi amano; tuttavia mi tollerano perché corrispondo fedelmente al paradigma della portinaia forgiato dal comune sentire. Di conseguenza, rappresento uno dei molteplici ingranaggi he permettono il funzionamento di quella grande illusione universale secondo cui la vita ha un sen-o facile da decifrare. E se da qualche parte sta scritto che le portinaie sono vecchie, brutte e bisbetiche, così, sullo stesso firmamento imbecille, è solennemente inciso a lettere di fuoco che le uddette portinaie hanno gattoni accidiosi che sonnecchiano tutto il giorno su cuscini rivestiti di federe fatte all’uncinetto. "

 

Recensione: l'eleganza del riccio, di Muriel Barnaby - Edizioni E/O

La mia opinione su questo famoso romanzo è cambiata almeno tre volte nol corso della lettura. Mi ha continuamente sorpreso, suscitando un turbinìo di senzazioni ogni volta diverse. Sono partita con grandi aspettative perché  ha avuto uno straordinario successo al suo esordio, avvenuto nel 2006, e da quel giorno la sua fama è cresciuta senza sosta. L'autrice, Muriel Burbery, ha ottenuto una grande notorietà a livello internazionale, al punto che oramai tutta la sua produzione (non molta a dire il vero) viene identificata con “l'Eleganza del riccio”. Non so se sia una cosa positiva per lei, ma ora che il libro l'ho letto anche io comprendo bene come mai si è messa in moto una tale macchina da guerra, con i suoi molteplici risvolti. Il motivo per cui io invece mi sono decisa a leggerlo dieci anni dopo la sua pubblicazione è uno di quei misteri da lettrice che non sono in grado di spiegare. Non mi ero mai presa la briga nemmeno di buttare un occhio alla trama, niente di niente. I bestsellers scatenano in me una specie di allergia, per cui ci giro alla larga fino a quando l'entusiasmo non si placa almeno un po'. Alla fine comunque ho iniziato a leggerlo. Con un certo dispiacere mi ero quasi convinta ad abbandonarlo, cosa che detesto fare e che riservo solamente ai libri che mi procurano più fastidio che gioia. Il motivo è presto detto: la prima parte è tanto, troppo infarcita di filosofia, e chi come me non ha mai avuto un buon rapporto con la materia è facile che trovi i pensieri riportati un po' ostici e faticosamente assimilabili.
Le protagoniste del romanzo sono due donne, una appena dodicenne e l'altra nel pieno della sua maturità. Sono estremamente diverse tra loro, non solo per un fattore anagrafico ma anche e soprattutto per la loro estrazione sociale e per il ruolo che loro malgrado rivestono nella comunità. Paloma è una ragazzina molto matura per la sua età, che abita con la famiglia in un lussuoso palazzo della “parigi bene”; Renèè invece è la portinaia. Nonostante la palese diversità, esiste qualcosa di insospettabile che accumuna le due donne: sono entrambe dotate di una spiccata intelligenza, molto superiore alla media, e possiedono una profonda cultura che per motivi diversi si ostinano a nascondere al prossimo. Paloma ha un rapporto difficile con la propria famiglia. La osserva con gli occhi di un'aliena, assolutamente incapace di adattarsi alla loro mediocrità: il padre è un parlamentare perennemente assente, la madre è superficiale e schiava di antidepressivi e sonniferi, mentre la sorella maggiore, Colombe, è una studentessa di filosofia della Sorbona che di intellettuale ha solo il titolo. E' proprio lei quella che Paloma maggiormente disprezza, perché non riesce ad accettare il suo vuoto interiore e trova assurdo che una materia tanto nobile come la filosofia sia utilizzata da Colombe sono per darsi un tono, senza capirne l'immenso valore. Paloma cerca di nascondersi ai loro occhi e si sforza di apparire un'adolescente come le altre, infarcita di sottocultura come la maggior parte dei suoi coetanei. Abbassa il suo rendimento scolastico, legge fumetti a tavola e sostanzialmente non interagisce mai con i familiari, i quali non sospettano minimamente la verità. E' convinta che la sua straordinarietà, se costretta a doverla condividere con i suoi familiari, le farebbe viviere un vero e proprio incubo. Paloma purtroppo pensa che la sua famiglia non sia altro che lo specchio della società in cui è costretta a vivere: sono gli esponenti a lei più prossimi, ma in generale non nutre una grande fiducia nell'essere umano. Condannata dalla sua profonda ed acuta sensibilità ad isolarsi dal marciume di cui è circondata, prende una decisione lucida e cruda, con la quale si apre il romanzo. Prima di portare a compimento la sua opera decide però di scrivere un diario in cui annotare i suoi pensieri, le sue riflessioni più profonde riguardo l'animo umano e riguardo le cose tangibili, appartenenti al corpo, che sono in grado di instillare in lei la percezione della bellezza. E' l'ultimo tentativo che è disposta a compiere per capire se dopo tutto la vita ha un senso che ancora le sfugge, qualcosa che la allontani da tutta quella mediocrità.
Al piano terra del lussoso palazzo abita invece la portinaria Reneè, altra anima solitaria e custode di un tesoro prezioso, costruito con anni di silenzioso apprendistato. Reneè è vedova da diversi anni, ma nonostante una vita umile fatta di onesto lavoro e privazioni non ha mai vissuto la sua condizione piangendosi addosso, affliggendosi per il suo magro destino. Al contrario, ha fatto di tutto questo il suo scrigno. Ha cullato la sua solitudine arricchendola di conoscenza, imparando da autodidatta tutto quello che di meraviglioso ha creato l'uomo attraveso i secoli: filosofia, arte, letteratura, musica, cinema. Figlia di contadini della campagna francese, Reneè ha dovuto abbandonare presto gli studi per affrancarsi dalla famiglia, nonostante avesse ricevuto in dono un'intelligenza fuori dal comune. Questa sua predisposizione per lo studio, unita ad un amore per l'arte in tutte le sue forme, l'hanno portata nel corso degli anni a costruirsi una solida ed ampia cultura, che si è sempre preoccupata di nascondere al prossimo. Anche per Reneè infatti la superiorità del suo intelletto è vista come un qualcosa da proteggere, che se svelata porterebbe soltanto problemi. Un pensiero distorto che affonda le sue radici in un dolore antico, che ci verrà rivelato soltanto alla fine del romanzo. Reneè cerca di impersonare fino in fondo il ruolo della portinaia, adattando persino il suo aspetto all'immaginario collettivo: si trascura, è sciatta, veste male e non va dal parrucchiere da anni. Nascosta sotto uno strato di vecchi indumenti e celata dietro uno sguardo allenato a mantersi inespressivo, la sua anima si nutre di quella bellezza che Paloma non sa più trovare. Per Renèè tutto è bellezza, perché la sua anima ne è intrisa.
Il romanzo è un alternarsi tra i diari di Paloma e i pensieri di Renèè, che nella prima parte mi hanno quasi mandato fuori strada. Come dicevo all'inizio ero sul punto di mollare, perché ho trovato quel continuo filosofeggiare di Reneè eccessivo e senza uno scopo narrativo. Mi sembrava di girare in tondo, persa nei ragionamenti complicati che la portinaia esterna anche quando compie i gesti più semplici. Ogni considerazione, anche la più banale, è ridondante di pensiero filosofico. Ho pensato che se il libro era davvero un continuo rimbalzare tra il rimuginare di Paloma e il filosofeggiare spinto di Renèè, non ce l'avrei fatta a proseguire e mi sarei arenata su una pagina a caso. Poi improvvisamente tutto cambia ed acquista un senso, cambia il ritmo del romanzo e cambia anche la mia opinione sulla faccenda. Nella vita delle due donne irrompe un ricco signore giapponese, Monsieur Ozu, nuovo inquilino del lussoso palazzo. E' colto, affascinante, e come Reneè ha una passione per Anna Karenina. E' proprio una citazione del romanzo, buttata lì per caso da Monsieur Ozu, ad innescare la miccia del cambiamento: sentendo quella frase così nota Reneè ha un lieve sussulto, che le illumina gli occhi. Nessun condomino se ne sarebbe mai accorto, tranne Monsieur Ozu. Lui è diverso, perché sa guardare oltre le apparenze e perché i preconcetti non fanno parte della sua natura. Ha riconosciuto in Reneè una persona a lui affine, e per questo desidera approfondire la sua conoscenza: la inviterà a pranzo nel suo appartamento, e poi ad un tè pomeridiano per godersi insieme uno di quei film giapponesi che Reneè ama tanto. E' proprio vero che quando si innesca la miccia del cambiamento gli avvenimenti cominciano a susseguirsi con una rapidità sconcertante, come se il tempo prima fosse stato immobile, congelato nelle vecchie abitudini. Dopo aver fatto amicizia con Monsieru Ozu Reneè farà la conoscenza anche di Paloma, che riconoscerà come spirito affine: due anime solitarie costrette a nascondere la loro cultura al mondo, paradossi viventi in una società in cui l'apparenza conta molto di più della sostanza.
Il romanzo si conclude in modo inaspettato, almeno per quanto riguarda Reneè, che ho finalmente imparato ad amare e a comprendere nella sua stravaganza e nel suo chiudersi al mondo. Per quanto riguarda Paloma invece ho tirato un sospiro di sollievo: quello che cercava, quello su cui ha provato a riflettere per mesi attraverso le pagine del suo diaro, l'ha trovato infine nella guardiola di una portinaia sciatta ed invisibile agli occhi dei ricchi condomini. In lei ha trovato l'autentica bellezza, quella che non arriva dagli abiti assurdamente costosi di sua madre o dai lineamenti perfetti di sua sorella, ma quella che arriva dall'amore e dal rispetto per la vita. L'esistenza di tutti è pregna di dolore e sofferenza, ma se nel pieno delle nostre tragedie siamo in grado di scorgere anche un solo istante di pura bellezza, allora forse saremo padroni del vero significato della vita. Quell'istante diventerà eterno: un sempre nel mai.

TITOLO: L'eleganza del riccio
AUTORE: Muriel Barbery
PAGINE: 384
TRADUZIONE: E.Caillat, C.Poli
CASA EDITRICE: E/O

sabato 15 aprile 2017

NON SONO UN'ASSASSINA - Seconda parte





Controllai la borsa da cima a fondo ma nulla, quello che stavo cercando non c’era più. Forse lo avevo perso o magari era caduto durante il tragitto in mezzo a quella folla. Cercai di riprendere la calma, provare a riordinare le idee e pensare a cosa fare. Andare dalla polizia e raccontare tutto, fu il mio primo pensiero. Chiamai in ufficio e mi presi qualche giorno di ferie. Ne avevo accumulate tante, soprattutto da quando ero tornata single. Non sarei riuscita a connettere in quello stato di tensione nel quale mi trovavo. Quella donna mi aveva chiesto aiuto e io non ero stata in grado di aiutarla e per giunta avevo perso anche l’ unico elemento che provava la mia versione dei fatti. Avevo chiamato quel numero e risultava sicuramente nei tabulati telefonici. Probabilmente ero stata l’ultima a telefonare. Mi stavo cacciando in un grosso guaio inconsapevolmente. Quando entrai in commissariato e dissi al piantone di avere notizie sulla morte di Eva Ranieri, quel ragazzo sulla ventina, con occhi azzurri e grandi e uno sguardo impaurito, fece un balzo e mi chiese di aspettare solo un attimo. Nemmeno il tempo di sedermi che vidi arrivare due uomini dalla corporatura massiccia. “Commissario Allegri” disse uno. “ Ispettore Cassino” continuò l’altro. Mii accompagnarono in un ufficio, dove sedetti tesa come una corda di violino su una poltroncina girevole un po’ sbilenca. “Allora, ha detto di avere notizie su Eva Ranieri, prego” cominciò il commissario. Il tono era gentile ma anche freddo. Probabilmente non si fidava di una sconosciuta piombata senza una ragione precisa a raccontare di sapere chissà cosa su una indagine che stava appena cominciando. Raccontai quello che mi era capitato, tutto di un fiato, quasi per evitare domande, che mi avrebbero potuto confondere e far sbagliare. La storia del plico scomparso probabilmente sembrò una bugia, considerata l’espressione titubante dei miei ascoltatori. “ Quindi lei ha chiamato al cellulare che compariva sul plico, e ha ricevuto risposta?” “No, squillava ma nessuno ha risposto, così ho pensato ad uno scherzo di cattivo gusto e non ho più riprovato, poi mi sono addormentata e stamattina ho ascoltato la notizia in tv”. “D’accordo signora Alessi, terremo conto di quello che ci ha raccontato e si tenga a disposizione per eventuali altri chiarimenti, arrivederci” disse l’ispettore, portandomi la mano in segno di saluto. Andai via da quel posto sollevata e preoccupata allo stesso tempo. Non mi sembrava che avessero creduto alla mia versione dei fatti. Forse mi consideravano una mitomane pronta a tutto pur di avere attenzione. Certo il numero sul telefono di quella donna lo avrebbero trovato. Ma non sapevo in che modo lo avrebbero collegato alla spiegazione che avevo dato loro. Quando entrai in casa andai al pc e cominciai a fare delle ricerche su quella donna. Non c’era molto. Non aveva nemmeno un profilo social, sembrava non essere mai esistita. Mentre cercavo nel nulla, mi arrivò una mail; si trattava della solita pubblicità ma cancellandola mi accorsi che la casella dello spam era piena. Aprendolo notai mail che provenivano dallo stesso indirizzo, e leggendolo rimasi sconvolta nel vedere ben chiaro il nome di Eva Ranieri. La prima era esplicita: “ smettila di perseguitarmi”, poi la successiva e tutte le altre. Erano uguali, indicavano un odio nei miei confronti, o meglio verso colei che le stava rovinando la vita. Guardai le date. Cominciavano qualche mese prima fino all’ ultima, risalente alla vigilia della sua morte. Le cancellai di getto, come se quel gesto istintivo bastasse a non lasciarne traccia ma sapevo perfettamente che non era così. Ero allibita e scioccata. Non avevo mai visto prima quella donna, e nemmeno le avevo mandato qualche messaggio, ma allora tutto quello che stava succedendo cosa significava?

RACCONTO A PUNTATE DI ROSARIA RUSSO

giovedì 13 aprile 2017

Recensione: Il rumore della pioggia, di Gigi Paoli - Giunti Editore




E' da diversi mesi che questo giallo tutto italiano rimbalza tra i vari blog sparsi per la rete, raccogliendo consensi unanimi e ottime recensioni. Sono molto contenta della cosa, perché i gialli/thirller non fanno parte della nostra tradizione letteraria e solo ultimamente si stanno ritagliando uno spazio sempre più importante all'interno del mercato editoriale. I gialli classici come ben sappiamo sono appannaggio esclusivo di inglesi e francesi, che con Agatha Christie, Georges Simenon ed Arthur Conan Doyle hanno tracciato l'impostazione di un genere che sopravvive ai tempi ed alle mode. I polizieschi e gli hard-boiled invece li abbiamo dovuti importare dagli USA, autentica fucina di thrilleristi eccezionali che da anni invadono piacevolmente le nostre librerie. In italia  quest'insieme di generi e sottogeneri dormiva sonni profondi fino a quando Donato Carrisi si è lanciato nell'impresa ed è riuscito a confezionare ottimi thriller che di italiano hanno tutto: protagonisti, ambientazione, fascino. Grazie al suo imprinting si è mosso qualcosa di importante, ed io che amo questo tipo di romanzi oggi sono alla continua ricerca del meglio che il panorama nazionale  possa offrire. Qualche delusione l'ho avuta, ma in generale mi ritengo soddisfatta e ad oggi quando mi trovo di fronte ad un thriller ambientato nel nostro Bel Paese non resisto: lo devo leggere. Questa volta è toccato a “IL RUMORE DELLA PIOGGIA” di Gigi Paoli, un giornalista toscano che da anni lavora nell'ambiente giudiziario come cronista. Ho dato ascolto ai pareri altrui ma soprattutto mi sono fidata del mio istinto di giallista, che questa volta ha funzionato alla perfezione regalandomi una lettura coinvolgente da cui non sono riuscita a staccarmi quasi mai. Tre giorni et voilà, l'ho spazzolato via e già riposto sui miei scaffali, pronta a contribuire con il mio parere scritto.
Il protagonista del giallo è l'alter ego del suo autore: Carlo Alberto Marchi è un giornalista che si occupa di cronaca giudiziaria nella redazione del “Nuovo” di Firenze: sulla quarantina, divorziato, vive con la figlia pre-adolescente ed una gatta nera in un piccolo appartamento da scapolo, ed ha un rapporto difficile con le donne. Per la prima volta da quando leggo gialli italiani mi sono trovata di fronte ad un protagonista che non è afflitto, non è tormentato, non è dolente. Alleluja. Il nostro Carlo ha solo una vita complicata ed una marea di casini da gestire, in quanto padre single con lo spirito da giornalista d'assalto. Questo significa che incastrare le esigenze di una figlia undicenne con la sua perenne “caccia all'articolo” è un problema piuttosto ostico che spesso non riesce a risolvere. Risultato? La figlia si incazza, lui si sente in colpa e le notizie buone sono da rincorrere, letteralmente. Il nostro giornalista è quindi un uomo problematico ma positivo e concreto, che ama la sua vita, adora la figlia ma soprattutto ha una vera e propria dedizione per il proprio lavoro.
E' uno di quei giornalisti che che svolge ancora la sua professione con quello spirito così particolare che oggi molti suoi colleghi hanno perso. Non si è mai adagiato su una scrivania per  redigere articoli a comando, buttando l'occhio di tanto in tanto all'orario  impaziente ed annoiato come un dipendente qualsiasi: lui ha ancora una passione bruciante che lo anima, mette il cuore in quello che scrive, ha il fiuto da segugio e quando gli si presenta tra le mani una buona storia da raccontare va  in fibrillazione. Per lui il giornalismo è una missione per la quale è disposto a macinare orari impossibili, sacrificando giornate libere e week end interi. La  sua toscanità poi è la ciliegina sulla torta, perché dona al tutto un' ironia irresistibile e dissacrante che strappa sorrisi e buonumore, rendendo l'empatia  facile ed immediata. Un protagonista azzeccatissimo insomma, come altrettanto azzeccati sono gli altri personaggi che gli gravitano attorno: l'amico giornalista, quelli del palazzo di giustizia (simpaticamente ribattezzato Gotham perché la sua particolare struttura ricorda la città di Batman) e poi la figlia Donata, che sta combattendo le sue prime battaglie di indipendenza verso l'unico genitore che le è rimasto.  L'ambientazione scelta non poteva che essere la città toscana per eccellenza, ovvero Firenze. Questa volta però non siamo di fronte alla capitale dell'arte  per antonomasia, con i suoi monumenti e la sua opulenta bellezza, che richiama frotte di turisti provenienti da ogni parte del mondo e ad ogni pagina del calendario. Questa volta l'autore ci mette in contatto con la parte più intima e riservata della città, quella che solo i fiorentini conoscono, ma non per questo meno suggestiva e affascinante, anzi. Posso tranquillamente affermare che gli angoli nascosti in cui Carlo ci conduce sono ancora più attraenti di quelli che conosco così bene, perché Firenze è una città che mi ha rapita il cuore e ci torno ogni volta che posso. I personaggi che Gigi Paoli mette in scena si muovono all'interno di questi angoli sconosciuti alla maggior parte di noi, rendendoci curiosi e complici di una storia buia ed opprimente come il clima di novembre, in cui tutto ha inizio. Una pioggia battente sta tormentando la città da diversi giorni, Carlo è alle prese con un pezzo che dovrà scrivere sull'arrivo imminente  del Presidente israeliano quando un collega del Nuovo lo informa di un terribile delitto accaduto poco prima nella via degli antiquari. Inizia così una  caccia all'uomo (e all'articolo) che Carlo conduce da vero segugio, guidato da un istinto giornalistico che lo tiene costantemente in allerta, con le antenne ben drizzate e pronte a captare il minimo segnale. L'omicidio è efferato e le piste che si aprono indagando sull'accaduto sembrano tante - troppe a dire il vero - per essere valide. Dietro all'uccisione di un anziano commesso di un negozio di antichità religiose paiono annidarsi segreti incoffesabili, mentre le ombre dell'omossessualità, della Chiesa e della Massoneria si allungano come tentacoli. Ad ogni nuovo approfondimento di questa indagine a triplo binario si aprono nuovi scenari, in un susseguirsi di verità svelate e di colpi di scena che tengono avvinghiati alle pagine, come nella migliore tradizione giallista. La triplice pista è però seguita solo da Marchi, perchè per la procura di Firenze il caso è già stato praticamente risolto. Ovviamente il nostro cronista d'assalto  non ha nessun titolo per condurre l'inchiesta, perchè come gli ricordano spesso a Gotham lui è un giornalista, ed è meglio che smetta di giocare a fare l'investigatore. Marchi però non molla l'osso e continua ad indagare, aiutato da  amicizie e vecchie conoscenze coltivate in anni di appostamenti tra le stanze del palazzo di Giustizia, oltre ad una buona dose di sfrontatezza. Come nelle migliori report-story.
I segreti che ogni vita porta con sè sono molteplici, spesso sono pesanti fardelli, altrettanto spesso sono circondati da sensi di colpa e da sentimenti disgraziati che ci preoccupiamo di nascondere con cura. La verità invece è sempre a senso unico, e il più delle volte è  semplice e disarmante.

TITOLO: Il rumore della pioggia
AUTORE: Gigi Paoli
CASA EDITRICE: Giunti
PAGINE: 280
ANNO DI PUBBLICAZIONE : 2016


lunedì 10 aprile 2017

Recensione: Black Out, di Marc Elsberg - Casa Editrice Nord




Come questo romanzo sia finito tra le mie letture è una strana storia.  
Marc Elsberg è uno scrittore autstriaco che in patria, in seguito alla pubblicazione di questo romanzo post apocalittico (che forse proprio post apocalittico non è), ha riscosso un enorme successo, scalando le classifiche di Germania, Svizzera ed ovviamente Austria. Un signore svizzero, un musicista di grande cultura e appassionato lettore, ha regalato per Natale questo volume al mio compagno, sostendo che fosse uno dei migliori libri che avesse letto negli ultimi anni. Il mio compagno non essendo un grande lettore si è lasciato  spaventatare dalla mole del romanzo, cedendomi volentieri il passo. Appena ho appreso la tematica intorno alla quale è stata costruita la storia mi sono gettata a capofitto nella lettura, uscendone con le ossa rotte e con un opprimente senso di angoscia. E' realtistico, porca miseria. Realistico al punto che più volte mi sono domandata se in casa avessimo abbastanza scorte di candele, acqua in bottiglia e derrate alimentari non deteriorabili, tanto per fronteggiare le necessità primarie in caso di blackout prolungato. E la risposta è stata una sola: NO.
La teoria a cui si rifà l'autore gira da diversi anni negli ambienti scientifici, e si è propagata a macchia d'olio dagli Stati Uniti all'Italia grazie ad un articolo di giornale apparso nel 2009 che metteva in guardia da un possibile "attacco magnetico" ad opera del nostro Sole da lì a breve. Addirittura si parlava di un anno specifico in cui tutto ciò sarebbe accaduto, mi sembra il 2013 o giù di lì, esattamente non ricordo. Ho un paio di amici ( un ingegnere ed un geologo) che ritengono l'ipotesi assolutamente plausbile, ancora oggi che lo spauracchio atmosferico si è verificato senza creare problemi (un po' come quando, con l'approssimarsi dell'anno 2000, il Mellenium Bug aveva creato un isterismo ingiustificato). La comunità scientifica parlava della possibilità che si potesse verificare un blackout di lunga durata dovuto alle cosiddette "tempeste solari", che sarebbero state di un'intensità tale da essere in grado di bruciare tutti i generatori di corrente elettrica. La previsione era stata elaborata dalla NASA  e riportata in Italia da un articolo de La Repubblica, contribuendo a diffondere la notizia tra le masse. Fino a qui le ragioni della scienza. Il problema è che, sucessivamente, questa idea è stata ripresa e distorta dalle menti di alcuni  complottisti, i quali diverso tempo sostengono  che questo scenario catastrofico  si verificherà non a causa di un fenomeno atmosferico particolarmente intenso, bensì ad opera dell'uomo, e quindi deliberatamente, per creare il caos e riprortare l'umanità indietro di secoli, con conseguenze apocalittiche. Un attacco terroristico senza l'impiego di armi di massa, elaborato da un esercito invisibile che agisce nel sottobosco informatico e che utilizza le più grandi invenzioni della civiltà per distruggerla. Un suicidio indotto insomma.
L'umanità oggi dipende totalmente dall'energia elettrica: se ci soffermiamo un attimo a riflettere su questa incontrovertibile verità possiamo facilmente comprendere quali sarebbero le conseguenze di un blackout a livello mondiale. Sarebbe, in poche parole, la fine della nostra civiltà così come la conosciamo. Per prima cosa si verificherebbero una serie di incidenti a catena, perché i semafori smetterebbero di funzionare; poi si verificherebbe un blocco totale della circolazione a causa dell'impossibilità di rifornirsi di carburante (le pompe delle stazioni di servizio infatti necessitano di energia elettrica per funzionare, ma chi ci ha mai pensato?). Le derrate alimentari deperirebbero in pochi giorni nei reparti dei supermercati e nei loro magazzini, che sprovvisti di corrente elettrica non sarebbero più in grado di conservare il cibo. Il denaro non sarebbe più erogabile tramite bancomat nè tanto meno sarebbe possibile prelevarlo recandosi direttamente allo sportello della propria banca, perché quello bancario è un sistema completamente automatizzato. Le medicine, così come il cibo, non sarebbero più a disposizione di nessuno, e questo creerebbe i primi decessi per i cardiopatici o per chiunque necessiti di farmaci salva vita. Quanti malati cronici hanno graosse scorte di farmaci nell'armadietto del bagno? Ve lo dico io: nessuno. Perché il medico fa la ricetta di volta in volta per certi medicinali e quindi l'idea di potersi fare una bella abbuffata di betabloccanti o insulina è da escludersi a priori. Le telecomunicazioni sarebbero tranciate di netto, il traffico ferroviario ed aereo sospeso, i rifornimenti di qualsiasi natura bloccati. Questo tanto per cominciare, perché le conseguenze sul lungo periodo coinvolgerebbero anche altri aspetti non solo pratici, andando a toccare la sfera politica, economica e militare di paesi interi.  Insomma, una teoria affascinante ed inquietante, che da anni alimenta i complottisti e l'immaginazione delle menti più fervide. Come quella del nostro autore.
Mark Elsberg ha congegnato una storia pescando da questa teoria e spostando poi l'attenzione sulla possibilità di manomettere i contatori di nuova generazione, cosiddetti "intelligenti", che si basano su un sistema di controllo e raccolta dati chiamato SCADA. Se non sapete di cosa si tratta, poveri voi. L'autore non ve lo spiegherà, le pagine voleranno via senza che voi capiate un accidente, infarcite  di un trilione di termini incomprensibili ai più. I dettagli tecnici sono davvero troppi, e rendono la lettura molto ostica. Per chi non mastica i tecnicismi dell'ambiente informatico, così strettamente connesso a quello della distribuzione dell'energia elettrica su larga scala, è difficile raccapezzarsi. Ammetto di non aver compreso assolutamente come i terroristi siano riusciti ad infiltrarsi nella rete elettrica mondiale mandando in tilt un paese dopo l'altro, quanto meno non nel dettaglio. Diciamo che l'ho compreso a grandi linee, ma penso che se l'autore avesse reso questi passaggi un po' più semplici saremmo stati tutti padroni della storia, anche io che sono bionda. Invece ho  brancolato nel buio per diversi capitoli, tirando il fiato solo quando l'attenzione veniva spostata sulle vicende umane, sempre troppo poche e troppo brevi. Si tratta pur sempre di un romanzo, non di un saggio, che diamine!
Oltre ai dettagli tecnici, ci sono altri appunti da fare: quanti nomi sono stati buttati nel mezzo? Quante città diverse, quanti centri di narrazione? Un'infinità, da perderci la testa. Considerando che in tutto il romanzo conta ben 630 pagine, capite bene che smarrirsi durante la lettura è un attimo. Ed io ammetto di averlo fatto più volte. Per fortuna perdersi nei dettagli tecnici non è grave, nel senso che il filo del discorso si riprende agevolmente, però avrei preferito che l'autore avesse dato decisamente più spessore all'aspetto umano ed ai tratti caratteriali dei personaggi, che si muovono quasi sempre in funzione degli accadimenti e sembra che non abbiano una vita intima ed  una propria natura, qualcosa insomma che esista anche aldilà della catastrofe imminente. Un passato, un presente, un futuro: è tutto abbozzato e tratteggiato a grandi linee, cosa che  non permette di empatizzare molto con i protagonisti. Lo consiglierei? Forse no. Però l'abilità dell'autore è indubbia e la sua preparazione eccellente, per cui spero che ci riprovi con qualcosa di meno voluminoso, meno "saggistico" e più umanizzato.
Allora sì che sarebbe stato un romanzo perfetto, uno di quei libri che consiglierei a chi è in cerca di divertimento allo stato puro.

TITOLO: Blackout
AUTORE: Marc Elsberg
CASA EDITRICE: Nord
PAGINE: 630
TRADUZIONE: R. Zuppet





venerdì 7 aprile 2017

Explicit: la zona morta, Stephen King




...e quella fu la nostra notte più bella. anche se a volte mi è difficile credere che vi sia mai stato un anno 1970 e le dimostrazioni nei campus e Nixon presidente. Senza calcolatori tascabili, senza videocassette, senza orchestre punk e rock. E altre volte mi sembrea che quel tempo sia tutt'ora vicinissimo, da poterlo quasi toccare. Mi sembra che se potessi tenerti tra le braccia, o toccare la tua guancia, o la tua nuca, potrei portarti via con me in un futuro diverso zenza dolore o tenebre o scelte amare.
Bene, tutti facciamo quel che possiamo e dobbiamo accontentarci...e se non ci basta, dobbiamo rassegnarci. Spero soltanto che tu mi penserai nel modo migliore che ti riesce, Sarah cara. Con tutto il cuore 
e tutto il mio amore

Johnny

giovedì 6 aprile 2017

NON SONO UN'ASSASSINA - Prima parte





Ero entrata in quel parco quel pomeriggio per rilassarmi, per scrollarmi di dosso le otto ore trascorsa china sulla scrivania, ma mai avrei immaginato quello che sarebbe successo dopo… Erano le diciotto, e come ogni giorno arrivai alla mia solita panchina, quella appartata sotto il grande albero. Si respirava quell’aria fresca e quasi incontaminata dalle auto e dai loro gas tossici. Era tutto perfetto, o quasi, di certo non la mia vita. Trentadue anni, una storia di dieci finita male a causa di un tradimento di lui con la sua segretaria, un progetto di matrimonio imminente e quindi futuri figli, infranto. Anche il lavoro non era un granché, nulla a che vedere con i miei progetti di ragazza quando sognavo di scrivere come giornalista per un giornale importante, e invece mi ero ritrovata in una redazione ma solo a fare lavoro di ufficio, a smistare posta, insomma nulla che valesse la pena raccontare. Come facevo sempre, cominciai a guardarmi intorno, a osservare quello che mi circondava. Quando li vidi rimasi affascinata, erano un uomo e una donna, di spalle, eleganti, mano nella mano. Si sedettero su una panchina un po’ più avanti della mia. Sembrava parlassero ma senza mai guardarsi, infatti non riuscii nemmeno a scorgere i loro profili. Poi ad un certo punto lui si alzò, prese il telefono e andò via dalla mia visuale. Lei prese qualcosa dalla borsa, sembrava essere un libro, lo appoggiò al suo fianco. Dopo qualche minuto lui tornò, le ridiede la mano e andarono via, insieme. Il libro, o qualunque cosa fosse invece era ancora lì, su quella panchina. Avrei potuto urlare, chiamarli a gran voce per dirglielo ma non lo feci, un po’ per timidezza e anche per una specie di voce interiore che mi diceva di non farlo. Quando vidi le loro sagome uscire dal cancello mi avvicinai e mi sedetti. Feci l’indifferente, provai a non dare nell’occhio. Presi il telefono, fingendo di mandare qualche messaggio e poi afferrai quel libro. Lo guardai bene e mi accorsi che era un plico rilegato in tipografia, tascabile. Sulla copertina trasparente, un titolo in grassetto, “ Condanna a morte”. Orrendo, pensai, e poi sotto il nome dell’autrice, Eva Ranieri. Cominciai a sfogliarlo e lessi una dedica: “ a mio padre, che mi conosceva meglio di chiunque altro” Alla pagina seguente il primo capitolo: “Se hai tra le mani questo libro vorrà dire che ciò che ho fatto è servito, questo non è un racconto o una storia fantastica, è la mia vita, quella di una donna che per amore ha fatto solo sbagli ma che ora si trova in pericolo, e questo è il mio solo modo per comunicarlo”. E poi il nulla. Non era scritto più niente, pagine vuote, ma nell’ ultima un numero di telefono, un cellulare. Istintivamente lo segnai, misi il plico in borsa e andai via. Salii sulla metropolitana che prendevo di solito, una delle linee più affollate dove è difficile trovare posto, e non appena arrivata scesi di fretta e furia e mi incamminai verso casa. Il mio appartamento era in una zona periferica ma tranquilla, piccolo e accogliente, mi ci ero trasferita dopo essermi lasciata con il mio ex. Mi spogliai, accesi la televisione, preparai un toast e mi sedetti sul divano. Ovviamente quello che era successo non mi aveva lasciato indifferente. Presi il telefono e chiamai quel numero. Squillava ma nessuno rispose. Una parte di me pensò ad uno scherzo, architettato per ridere e fare qualcosa di diverso, dopotutto quello che mi stava succedendo era assurdo e difficile anche da raccontare. Smisi di pensarci e vedendo la tv mi addormentai sul divano. Il mio sonno fu talmente profondo che mi risvegliò soltanto un raggio di sole che proveniva dalla finestra e mi finiva dritto nell’occhio. Guardai l’ orologio ed erano le sei. Mi avviai verso il fornello per preparare il caffè, mentre in sottofondo ascoltavo il tg, e proprio tra le notizie di cronaca ne ascoltai una che mai avrei pensato di sentire. “Questa mattina è stato trovato il cadavere di una ragazza. La donna aveva con sé i documenti, e gli effetti personali, attraverso i quali le forze dell’ordine sono risaliti alla sua identità: si tratta di Eva Ranieri”. A quel punto la macchinetta mi scappò dalle mani e il mio primo pensiero fu quello di scovare nella borsa il plico ma purtroppo non trovai nulla. Sembrava essere scomparso.

RACCONTO A PUNTATE di ROSARIA RUSSO

martedì 4 aprile 2017

Un martedì da scrittori: Manuela Caracciolo presenta Quella notte a Merciful Street - TRENTA EDITORE



Dopo diverse settimane torna la rubrica dedicata agli scrittori esordienti, con mio grande  piacere. Sono sempre disponibile a pubblicizzare le opere prime di talenti in erba, perchè sono fermamente convinta che questo dovrebbe essere uno dei "doveri" principali di un blog che ha fatto dei libri e della letteratura il suo centro nevralgico. L'unica discriminante è il genere di  romanzo che mi si chiede reclamizzare, perché deve essere  attinente con le tematiche del blog: erotici, horror, young adult e romance qui non trovano posto. Si tratta certamente di gusti personali, ma anche di una scelta concettuale di fondo che detta le file di tutto il blog e che è la ragione principale per cui è stato aperto: se qualcuno si stesse chiedendo quale sarebbe questa tematica trovate spiegato tutto QUI  . Ed ora veniamo al sodo!
CHI E' L'AUTRICE?
Manuela Caracciolo è nata ad Asti nel 1980, mostra da subito la sua predilezione per il disegno e la moda. Dopo aver frequentato l’Istituto Europeo di Design a Torino, si diploma al Corso di Fashion & Textile Design e inizia a lavorare come stilista e graphic designer.
Dal 2007 diventa giornalista e comincia a collaborare come reporter per giornali locali come Gazzetta d’Asti ed alcune testate on line americane: La Voce di New York e America24 del Gruppo Il Sole 24 Ore.
Si occupa anche di comunicazione per varie realtà nell’ambito della cultura e dell’enogastronomia svolgendo attività di addetto stampa. Autrice di racconti e poesie, ha ottenuto numerosi riconoscimenti letterari oltre ad aver pubblicato nel 2011 la raccolta di racconti Storie sole.


SINOSSI:

Ambientato in una Manhattan intrappolata da neve e ghiaccio , in cui si narrano le vicende di cinque personaggi costretti, loro malgrado, a condividere l’isolamento causato dalla tempesta.
All’apparenza, l’unico filo rosso che li lega è il domicilio in Merciful street, nel cuore dell’East village: C’è la signora Audrey con le sue nostalgie, le sue ricette “magiche” e l’amore per i suoi gatti, perno magnetico intorno al quale ruotano strane forze ancestrali, c’è l’ affascinante Kate, ragazza madre e avvocatessa di grido con il suo bambino ed i coniugi Woodsen, una stravagante coppia di artisti, e c’è l’attempato Arthur, rimasto vedovo ed in cerca di una nuova dimensione per uscire dal proprio dolore.
Ciascuno con le proprie manie ed i propri rimorsi ma anche la voglia di sentirsi meno soli, convive in serenità con gli altri fino all’arrivo del nuovo inquilino Edward Dunkan, broker viziato e irascibile, che non sopporta i gatti e sconvolge le vite degli inquilini.
Intanto, fuori dalle finestre dell’abitazione aleggia una figura dalle ali nere, funesta e soprannaturale, accompagnata da una ragazzina misteriosa. La coppia di strani personaggi andrà a sovvertire, con poteri ancestrali, la sorte degli abitanti di Merciful Street.
Una metropoli spettrale flagellata da vento e ghiaccio farà da cupo sfondo agli incontri notturni dei personaggi, ognuno alle prese con i propri fantasmi in una dimensione al limite dell’immaginazione.
Nell’arco temporale di una sola notte, tutti dovranno fare i conti con la parte più nascosta di se stessi, con i segreti più profondi, rispolvereranno i ricordi, riapriranno ferite mai cicatrizzate, nel tentativo di saldare in qualche modo i propri debiti con il fato.
Tra ricette segrete, biscotti magici ed effluvi aromatici e formule ancestrali, si snoda una storia a metà tra realtà e fantasia, ci si addentra tra le stanze della mente umana, tra pensieri e ossessioni, illuminando gli angoli bui, attraverso le fragilità personali e le paure, cercando di vincere la lotta continua contro un destino già stato deciso da leggi non conosciute, che sfidano l’umana comprensione.


DOVE ACQUISTARLO:

"Quella notte a Merciful Street" è distribuito da Trenta Editore http://www.trentaeditore.it/ed è disponibile sui canali
 IBS
TITOLO: Quella notte a Merciful Street
AUTORE: Manuela Caracciolo
CASA EDITRICE: Trenta Editore 
PAGINE:224
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2017

lunedì 3 aprile 2017

Incipit: Via dalla pazza folla, di Thomas Hardy



"Quando il fittavolo Oak sorrideva, gli angoli della bocca gli si slargavano fino a trovarsi a esigua distanza dagli orecchi; gli occhi gli si riducevano a due fessure; e apparivano loro intorno certe grinze divergenti che si stendevano sulla sua fisionomia come i raggi di un rudimentale abbozzo di sole nascente. Di nome si chiamava Gabriele, e nei giorni feriali era un giovanotto di giudizio, di movimenti sciolti, abiti decenti e generalmente buona condotta. La domenica era uomo di idee nebulose, piuttosto portato a differire le cose, e imbarazzato dai suoi abiti festivi e dal suo ombrello."

venerdì 31 marzo 2017

Recensione: la zona morta, di Stephen King -Edizioni Sperling & Kupfer



Su Wikipedia leggo che "La zona morta" è il quinto romanzo pubblicato da Stephen  King ed il primo arrivato  in vetta alla classifica dei best-seller. E' il 1979.
Da allora ad oggi Stephen King è diventato il più grande romanziere di tutti i tempi, prolifico e geniale come nessun altro. Dalla sua fervida fantasia sono usciti romanzi memorabili, che sono entrati nelle case di milioni di persone in tutto il mondo anche grazie alle numerose trasposizioni cinematografiche, quasi tutte ottime. Anche se, nemmeno a dirlo, il libro è sempre meglio.
Siccome nel 1979 la mia vita da lettrice non era ancora cominciata (avevo quattro anni), non posso far altro oggi che andare a ritroso cercando di rispescare i primi lavori di questo scrittore amatissimo, perché non c'è niente come un suo romanzo in grado di compiere, su di me, autentici prodigi. Immedesimazione, senso di appartenza alla storia, empatia con i personaggi ma soprattuto una grande, totale, invincibile nostalgia. Per me la nostalgia kingiana è l'ottava meraviglia del mondo, uno di quei sentimenti che quando ti prende è finita: lo stomaco ti si aggroviglia, gli occhi si inumidiscono, le labbra si increspano in leggeri sorrsi. Nostalgia canaglia.
Johnny Smith è insegnante di letteratura in un liceo di Castle Rock, nel New England, anticonformista e  divertente, molto amato dai suoi alunni. Siamo nel 1970 e Johnny, poco più che ventenne, da qualche tempo frequenta Sarah, una sua collega: dopo alcune peripezie amorose piuttosto insoddisfacenti Sarah incontra ad una festa Johnny e rimane incantata dalla sua dolcezza e dalla sua simpatia. Giovani e innamorati, non sanno che il destino sta per abbattersi sulle loro vite come una mannaia, affialata e maledetta. Dopo aver riaccompagnato Sarah al termine di una serata di festa  trascorsa alla fiera del paese (è la notte di Holloween), Johnny resta vittima di un  incidente stradale a bordo del taxi che lo stava riportando a casa. A causa del terribile schianto rimarrà in coma per più di quattro anni.
Quando si risveglia, con sgomento apprende che il suo mondo è completamente ed irrimediabilmente cambiato: Sarah si è sposata con un altro uomo ed ha un bambino di pochi mesi, sua madre - che già presentava segni di squilibrio prima dell'incidente - ha aderito ad una setta religiosa che predica l'imminente fine del mondo ed è totalmente preda di un fanatismo  che la sta portando alla pazzia; inoltre, si scopre invalido. Le sue gambe si sono atrofizzate, muscoli e tendini sono rattrappiti e non riescono più a sostenerlo e per tornare alla normalità dovrà affrontare una lunga riabilitazione e un'operazione avanguardistica. Ma non è questo l'aspetto peggiore del suo risveglio. John in seguito all' incidente, o addirittura durante lo stato vegetativo, ha acquisito un dono al tempo stesso straordinario e terribile: col solo contatto delle mani è in grado di visualizzare nella sua mente la storia delle persone con il loro passato, il loro presente ed il loro futuro. Durante la permanenza in ospedale per la riabilitazione comincia a diffondersi la voce che Johnny è ua specie di veggente, al punto che una volta tornato a casa non troverà più in pace. La cassetta della posta è inondata di lettere, di messaggi e di oggetti provenienti da chichessia, tutte persone che cercano disperatamente di avere notizie di cari scomparsi, mariti fedigrafi, figli dispersi. E' l'inizio di un incubo, perché l'ignoranza di massa di cui è vittima comincerà a vedere in lui un essere sovrannaturale, un cialtrone che vuole solo arricchirsi, un veggente da mettere sotto contratto. Ognuno ha un'etichetta da affibbiargli, pronto ad osannarlo o a saltargli addosso.  Johnny è un ragazzo schivo di natura e mal sopporta tutta questa pressione da parte dei media che lo additano senza pietà e si sente soffocare dalle continue richieste di aiuto nella ricerca di persone scomparse. Decide così di isolarsi dalla comunità e cerca di riappropriarsi della sua vita, ricominciando per prima cosa dall'insegnamento:  nulla però andrà come previsto. King è molto abile nel farci entrare in punta di piedi nel mondo interiore di Johnny, un mondo che un giorno come tanti subisce una trasformazione dolorosa ed inaspettata, definitiva e terribile. Il suo tormento muove sentimenti di tenerezza e di comprensione  e induce inevitabilmente il lettore  a porsi una domanda, la stessa che l'uomo si pone da sempre: conoscere il futuro sarebbe un dono o una maledizione? Che impatto avrebbe sulle nostre vite, sarebbe uno strumento che aiuterebbe l'umanità o la distruggerebbe definitivamente? Certo la questione è complessa e la risposta non può esaurirsi in poche righe all'interno di un romanzo di intrattenimento, ma sicuramente è un pensiero che non lascia indifferenti e su cui vale la pena soffermarsi a riflettere. La natura umana difficilmente accetta i propri limiti, mentre è pervasa di speranza e di sogni: conoscere in anticipo la nostra sorte ci priverebbe della nostra stessa essenza lasciandoci fermi al palo del progresso, schiacciati dalla paura e certi dei nostri fallimenti.
Johnny comincia a capire che ci sarà un prezzo molto alto da pagare,  perché tutto quello che travalica i confini delle cose terrene porta con sè un contrappeso devastante. Comincia a farsi strada la convinzione di possedere uno strumento potente e  prezioso, che fa di lui una specie di predestinato, e ne ha la conferma quando sente l'impulso irrefrenabile di avvicinarsi ad un uomo politico dalla dubbia moralità che sta tenendo comizi in tutto il Maine in vista delle prossime elezioni. Quando stringe la mano del candidato alla presidenza Greg Stillson un flusso di immagini terrificanti gli arrivano davanti agli occhi, come un fiume in piena: non sono nitide, sono come segnali interrotti, ma la percezione è forte e non lascia dubbi riguardo la catastrofe imminente. Deve agire, e subito. Il futuro presidente degli Stati Uniti è un pazzo psicopatico e solo lui può vedere quell'uomo ignorante e abietto - che sta mietendo un successo dietro l'altro accaparrandosi una grossa fetta di elettorato locale - già insediato sullo scranno della casa bianca .
Come sempre nelle storie che Stephen King racconta l'elemento sovrannaturale è perfettamente stemperato dalla  quotidianità dei suoi personaggi,  così che  mentre proseguiamo con la lettura non facciamo più caso alla differenza tra realtà e finzione romanzesca. L'aspetto psicologico è sempre molto ben sviluppato, e si presta per accogliere al meglio quello che di straordinario accade, mentre la vita scorre con il suo flusso regolare.  Credo che Johnny sia il protagonista kingiano più nostalgico che abbia mai incontrato: si porta addosso come una pesante cappa il rimpianto per gli anni che il coma gli ha rubato, per il suo giovane amore appena nato e subito perduto, per quel figlio che doveva essere suo, per sua madre vittima di un fanatismo religioso che forse avrebbe avuto bisogno di più comprensione, per una riabilitazione fisica e psichica dolorosa di cui porta ancora i segni, per l'emarginazione sociale che subisce a causa della sua diversità. Ma soprattutto,  lui non vorrebbe essere costretto a   vedere. Non vorrebbe essere in grado di conoscere le terribili verità che si annidano dietro una semplice stretta di mano, perché il prezzo da pagare è troppo alto. La vita è un lancio di monetina, ma se sapessimo già il risultato come potremmo goderci l'istante perfetto in cui essa volteggia in aria, prima di ricadere al suolo? L'attesa e la speranza, non sono forse queste le cose che più di tutto ci fanno restare aggrappati alla vita?
ll dramma umano di Johnny è la vera forza di questo romanzo, e pazienza se siamo di fronte ad un autore ancora acerbo, che ha lasciato diverse lacune nella storia e che si è perso in almeno un centinaio di pagine. Io, a Stephen King, perdono tutto.

Titolo: La zona morta
Autore: Stephen King
Casa Editrice: Sperling & Kupfer 
Traduzione:
Pagine: 469