venerdì 13 ottobre 2017

Recensione: Cujo, di Stephen King - Edizioni Sperling & Kupfer




"Cujo" è un romanzo che Stephen King diede alle stampe nel 1981, edito in Italia nello stesso anno. Essendo all'epoca solo seienne non mi preoccupavo ancora di chi fosse quest'uomo che sentivo nominare solo di tanto in tanto da mio fratello e mio cugino, e soprattutto cosa facesse per essere così famoso. Siamo in pieni anni 80 e King è all'apice del suo successo, con all'attivo libri fenomenali come Shining  e "Le notti di Salem": è, in poche parole, l'idolo della cultura popolare di quel periodo. Ed ora io, che l'ho scoperto solo con la maturità, sto cercando di leggere tutte le sue opere più datate, tra le quali non poteva mancare questo agghiacciante romanzo in cui l'orrore è rappresentato dal migliore amico dell'uomo: un cane domestico. E  questo lo rende ancora più terrificante. Ma procediamo con ordine: Cujo è il bizzarro nome del cane San Bernardo che da anni è il compagno fedele della famiglia Camber, un gigante buono con una stazza di quasi cento chili conosciuto da tutti gli abitanti dell'immaginaria cittadina di Castle Rock, nel Maine. Ha una natura docile e giocosa, e passa  tranquillamente le sue giornate  tra il capanno degli attrezzi di Joe Camber e la casa in cui la famiglia vive. Un giorno, rincorrendo un coniglio che  per sfuggirgli si intrufola in una tana di pipistrelli, viene morso sul muso da uno di questi. Purtroppo l'animale trasmette la rabbia a Cujo, che da placido cagnone dagli occhi buoni si trasforma poco alla volta in una belva feroce. La terribile malattia gli distrugge ora dopo ora il sistema nervoso centrale, rendendolo idrofobo ma al contempo terribilmente assetato, iper sensibile ai suoni acuti e ottenebrato da pensieri omicidi. Mentre Cujo avverte impotente questi cambiamenti verificarsi nel suo cervello, una diversa vicenda  sconvolge le mura domestiche apparentemente tranquille di un'altra famiglia, quella dei Tranton. Donna e Vic, marito e moglie, sono nel pieno di una crisi coniugale, che raggiunge l'apice nel momento in cui noi lettori iniziamo ad addentrarci nella storia. Vic scopre infatti che Donna l'ha tradito con un poco di buono del paese, un omuncolo da nulla che però scardina completamente un rapporto già traballante. Il loro bimbo di appena 4 anni percepisce il disagio dei genitori, nonostante essi cerchino in tutti i modi di rassicurarlo e proteggerlo. La sua mente infantile trasforma il dolore e la tensione che tutti stanno vivendo in incubi notturni ricorrenti, in cui crede di scorgere dentro al suo armadio un terribile mostro dagli occhi rossi. Pagina dopo pagina, in un crescendo di tensione come solo King sa dispensare, i tragici destini dei Camber e dei Trenton convergeranno sotto l'impietosa violenza del San Bernardo. Entrambe le storie raggiugono il loro culmine  quando Vic  si trova fuori città per lavoro mentre Donna, insieme  al piccolo Tad, decide di portare la loro vecchia auto  all'officina di Joe Camber per farla riparare. Siccome gli incubi in cui ci getta King  sono sempre una reazione a catena di follia, l'autore deciderà di far fermare la macchina dei Trenton proprio lì davanti, oramai con il motore completamente in panne. Dove, completamente impazzito, si aggira Cujo con i suoi istinti sanguinari. Da questo momento in poi è come se la storia si congelasse in un unico, lentissimo fotogramma che ha come sfondo l'abitacolo di un'auto scassata. Le ore, addirittura i minuti vengono scanditi da un ritmo sempre più dilatato che tende l'angoscia come un elastico e risucchia in una voragine di terrore i protagonisti, istante dopo istante. Due sono gli elementi che mi hanno particolarmente colpito in questo romanzo: uno è il fatto che questa volta l'autore non ricorre ad elementi sovrannaturali per eviscerare le nostre paure (ricordiamolo sempre: King non insinua la paura in noi, ma sono le nostre paure a prendere forma leggendo quello che scrive) ma punta tutta la storia su qualcosa di molto semplice e naturale, ovvero una malattia diffusa e conosciuta come la rabbia. Qualcosa quindi di plausibile, di estremamente reale, che dimostra quanto la finzione narrativa sia spesso meno orrorifica della vita quotidiana.Stiamo parlando di un autore che riesce sempre e comunque  a disseminare nei suoi romanzi qualche colpo da maestro, quel guizzo geniale che lo contraddistingue e che non ci fa mai pentire dei soldi spesi per rincorrere la sua prolifica produzione: solo lui saprebbe dare forma ai pensieri di un cane il cui cervello si sta ottenebrando, rendendo quelle sensazioni talmente veritiere da far provare in chi legge una stretta al cuore. E' questo il secondo elemento che mi ha notevolmente impressionata, perché non solo chi scrive riesce a non scivolare nel ridicolo (se ci pensiamo bene, sarebbe bastata una parola di troppo) ma sono fermamente convinta che se un cane ammalato di rabbia avesse dei pensieri, e avesse potuto esprimerli, l'avrebbe fatto esattamente in quel modo. Noi lettori vediamo Cujo come un mostro ma al contempo, quando attraverso i suoi occhi un tempo così buoni assistiamo agli sforzi che inizialmente  compie per non attaccare nessuno della sua famiglia, proviamo compassione e tenerezza. Un prodigio tutto kinghiano, che ci dimostra ancora una volta quanto il confine tra il bene ed il male non sia mai così netto, anzi: è talmente labile e sottile che spesso non ci rendiamo conto di attraversarlo.
Un tradimento tra coniugi, un bambino in preda a brutti sogni, una famiglia piena di conflitti, una vincita alla lotteria, un'auto che ha bisogno di riparazione: sono tutti accadimenti comuni, sono storie di persone normali che ad un certo punto si trasformano nel peggiore degli incubi: l'orrore non si nasconde solo in crudeli assassini, in creature border line, zombie o anime possedute dal Male, ma 
può celarsi anche nella più banale tranquillità domestica. E' questo il messaggio, ed è quello su cui fa riflettere King. La paura del piccolo Tad, quel mostro che credeva di vedere nell'armadio con gli occhi infuocati, forse non è solo una innocua fantasia infantile quando è il proprio cane, un gigante dall'indole pacifica e adatto a salvare vite umane, a trasformarsi nel più crudele degli assassini. 
Ma è qualcosa di dannatamente reale.


TITOLO: CUJO
AUTORE: STEPHEN KING
CASA EDITRICE: SPERLING & KUPFLER
COLLANA: PICKWICK
PAGINE: 384



lunedì 9 ottobre 2017

Recensione: il mio amico Maigret, di Georges Simenon - Edizioni Gli Adelphi



Il mio amico Maigret. Così recita il titolo, ovvio richiamo alla trama, che però sembra parlare anche di me. Chiunque sia un affezionato lettore del commissario più amato di sempre può ritrovarsi nella citazione, perchè oramai abbiamo imparato a conoscere Maigret così bene che prendere tra le mani un suo romanzo è come darsi appuntamento con  un vecchio amico. Una persona che ci piace nonostante tutto, che ci fa stare bene, con cui non vediamo l’ora di trascorrere qualche ora spensierata: è per questo che, ogni tanto, ho bisogno di tornare al Quai des Orfèvres, nell‘Ile de la Cité, nel cuore  della vita parigina degli anni quaranta. Questa volta però Simenon abbandona le atmosfere parigine e ci regala un’ambientazione inaspettata, trasportando le indagini nell’incantevole isola di Porquerolles, nel profondo sud della Francia.
La forza dei romanzi dedicati al Commissario Maigret risiede in due punti fondamentali: l’ambientazione, sempre particolarmente suggestiva, e lo spessore psicologico dei protagonisti. La trama e l’intreccio giallistico passano in secondo piano, perchè l’attenzione si sposta sempre verso l’aspetto umano più che su quello metodologico delle indagini. Simenon è stato l’autore che, negli anni trenta, ha rivoluzionato il genere del romanzo poliziesco: lo schema del giallo classico, tutto improntato sulla ricerca meticolosa del colpevole e sull’analisi minuziosa della scena del crimine,  viene abbandonato in favore di ambientazioni popolari e piccolo borhgesi, microcosmi proletari in cui sono gli esseri umani con i loro turbamenti ad essere scandagliati ed osservati, per arrivare infine a comprendre le motivazioni del delitto più che il movente in sè. Anche questa volta ritroviamo gli stessi elementi, amalgamati però in modo differente dal solito: il vero protagonista diventa il paesaggio isolano, che cattura i suoi avventori in un vortice di emozioni a cui nemmeno Maigret può sottrarsi. L’intreccio psicologico quasi non esiste, la trama è lineare e semplice, al punto che spesso durante la lettura non ci accorgiamo nemmeno che il commissario stia in realtà svolgendo un’indagine per omicidio: i colloqui sono scarni, rari, gli interrogatori rapidi e sembrano non portare a nulla, ancora più  del solito. I personaggi che incontriamo, seppur variegati, li abbiamo tutti più o meno già incontrati nella galleria umana di Simenon, ma questa volta anzichè sfuggire tra dimenticati bistrot della periferia parigina o lungo le strade della campagna francese sono tutti prigionieri della malìa dell’isola, che avvinghia e fa ammalare di “porquerollite”, come affermano gli abitanti stessi.
Maigret viene chiamato nel cuore del mediterraneo perché è stato assassinato un uomo, tale Marcelline, un malvivente da quattro soldi che la sera prima del delitto aveva dichiarato di essere amico del famoso commissario parigino. Maigret è ormai diventato un personaggio di spicco, uno che compare sui giornali nazionali e che fa molto parlare di sè per la brillante risoluzione di casi difficili. Addirittura la sua notorietà ha attravesato La Manica, destando curiosità persino tra i colleghi di Scotland Yard, che proprio nei giorni dell’assassinio decidono di spedire in visita al  Quai des Orfèvres il pari- grado commissario Pyke. Pyke viene accolto con sollecitudine dai colleghi francesi e messo alle costole di Maigret, affinché possa vedere con i suoi occhi in cosa consiste il suo tanto decantato metodo, che poi metodo non è.
Una volta approdato sull’isola Maigret si lascia completamente trasportare, vittima incosapevole di quella strana malattia che gli abitanti del posto conoscono così bene. Il porticciolo con le sue imbarcazioni turistiche, le barche tirate in secca dai pescatori che quando c’è il Mistral stanno tutto il giorno a cucire le reti, la piazzetta su cui si affaccia l’unico ritrovo del posto, “L’Arche de Noe”: con poche sapienti pennellate Simenon descrive un paesaggio che sembra sbucato fuori da un quadro impressionista, regalando al lettore intense suggestioni. Il Mistral se n’è andato lo stesso giorno in cui Maigret è sbarcato in quel luogo incantato, in cui il tempo  sembra avere  un respiro differente rispetto a quello che scorre a Parigi. Il tempo qui si dilata fino a farti dimenticare di vestirti per uscire dalla tua stanza d’albergo, ritrovandoti in ciabatte e veste da camera ad osservare il via vai del porto. E poi l’odore della domenica, un profumo di caffè e nostalgia che Maigret riconoscerebbe ovunque e che qui sull’isola è così amplificato da sconfiggerlo inesorabilmente, un sentimento languido a cui vorrebbe potersi abbandonare. Eppure,  tra quelle viuzze bianche rivestite di profumi mediterranei, è stato commesso un efferato omicidio. Ed il colpevole non se ne è mai andao. Si  aggira noncurante insieme agli altri abitanti dell’isola, trascorrendo oziose giornate al sole caldo della primavera provenzale, tra un bianchino consumato all’Arche de Noè ed una partita a petanque. Tocca quindi investigare, e quel che è peggio è che lo deve fare in presenza di Pyke, il quale forse si aspettava qualcosa di più da quel viaggio e invece gli tocca fare il turista. Perchè quando Maigret si mette all’opera non prende penna e taccuino e non scandaglia la scena del crimine come un radar, ma comincia ad osservare: scruta la varietà umana che per un motivo o per l’altro popola l’isola – ognuno con un buon motivo per restare ed altrettanti per andarsene – si immerge nelle atmosfere che lo circondano e si lascia guidare dalle sensazioni che gli arrivano fino a quando, finalmente, tutto gli sarà chiaro. Come si può spiegare all’inglese Pyke cosa è l’intuizione, e come arriva? ” Questo è il mio metodo”, gli spiega Maigret.  E noi, una volta di più, abbiamo la certezza che nulla come l’empatia verso i nostri simili sia la chiave per comprendere la complessità delle vicende umane.


TITOLO: IL MIO AMICO MAIGRET
AUTORE: GEORGES SIMENON
CASA EDITRICE:  GLI ADELPHI
PAGINE: 154

mercoledì 27 settembre 2017

Recensione: Il mare dove non si tocca, di Fabio Genovesi - Edizioni Mondadori



Fabio Genovesi è uno di quegli autori che osservo da lontano da un po' di tempo, da quando diede alle stampe " Versilia Rock City". Se come lettrice ho un difetto, è quello di snobbare un po' gli autori italiani, innamorata come sono della cultura anglosassone: ed è così che Genovesi, non certo per colpa sua, è finito nel limbo di quelli che prima o poi sarebbero atterrati sul mio comodino. Questa volta però mi si è presentata l'occasione giusta per leggere il suo ultimo lavoro, e per fortuna, perchè le mie perplessità iniziali sono state spazzate via da un entusiasmo sempre crescente, un misto di tenerezza e simpatia che mi ha letteralmente  travolto fin dalle primissime pagine. Quanto ho amato Fabio Mancini, non ve lo so descrivere. Però almeno ci devo provare, perchè questo libro merita di essere letto e consigliato agli amici, di essere regalato e custodito teneramente in un angolo di noi stessi. Il motivo è molto semplice: il protagonista del romanzo è un bambino seienne, Fabio Mancini per l'appunto, che incontriamo poco prima che inizi le elementari e lasciamo oramai alle prese con le scuole medie. L'immedesimazione di noi lettori in Fabio è immediata, semplice, inevitabile e naturale ed è per questo motivo che la tenerezza e la nostalgia ci avvolgono fin da subito così intensamente, come una coperta morbida.  Anche l'ambientazione gioca un ruolo importante, perché la vita di Fabio si svolge in quell'epoca magica che per noi quarantenni è rappresentata dagli anni 80. Un periodo che è sconfinato nella leggenda grazie alla vittoria dell'Italia ai Mondiali di Spagna nel 1982, che ha portato nelle nostre case il Personal Computer e che ha visto nascere una nuova classe sociale: quella degli yuppies, i giovani manager di successo diventati in breve tempo simboli di una ricchezza nuova che veniva ostentata ed invidiata. Il mondo di Fabio però sembra   essere ancora impermeabile a questa modernità che viene osservata con  distacco, guardata come qualcosa di cui avere paura e che non gli apparterrà mai veramente. Perchè lui ha una famiglia sui generis, anacronistica, strampalata, in cui il suo essere figlio unico è ampiamente compensato dall'invadente onnipresenza dei  numerosi prozii, fratelli del nonno paterno Arolando, morto qualche anno prima. Aldo, Arno, Athos, Aramis, Adelmo  sono un po' tutti i nonni di Fabio, un po' padri, un po' zii..dipende dalle circostanze. Fabio trascorre con loro la maggior parte del suo tempo libero, imparando tutto su come si caccia nei boschi, come si pesca o come si raccolgono funghi, ma non sa nulla di come trascorrono le giornate i suoi coetanei. Non conosce il mondo dei bambini, non sa il nome dei loro giochi, e  si stupisce del fatto che i nonni sono al massimo quattro per ogni nipote, mai di più. Tranne che al Villaggio Mancini. Sì, perchè da quella parte del paese i Mancini sono così numerosi che si sono addirittura appropriati di una fetta di strada, intitolandola al loro nome. I Mancini sono tutti maschi, portano tutti nomi che cominciano per "A", sono tutti scapoli, bevono come spugne, fumano come turchi, parlano male ma, soprattutto, sono tutti un po' svitati. In paese si dice che un maschio Mancini, se supera i quarant'anni senza essersi mai sposato, diventa matto. E questo Fabio lo sa, l'ha sentito una volta origliando una conversazione della mamma e della nonna, ma non ce ne sarebbe stato bisogno in effetti perchè la verità stava proprio lì, sotto il naso di tutti. Bastava osservare uno a caso dei suoi zii per sfatare ogni dubbio. E' così che Fabio avanza passo a passo nella vita, con quella maledizione che gli grava sulla testa e che lo preoccupa non poco, piccolo bambino gettato in quel casino che è la vita degli adulti, investito di amore ma incapace di instaurare un legame con i suoi coetanei, che lo considerano strano e lo evitano volentieri. Gli occhi di Fabio sono fari che illuminano ogni sfumatura buia e riescono a cogliere la magia e l'incanto ovunque, anche quando il dolore travolgerà la sua famiglia. E' un bambino cresciuto con gli adulti, ma  per fortuna non è riuscito ad assimilare i loro pensieri complicati, le mille preoccupazioni, la tristezza dei rimpianti, l'angoscia per il futuro. Anzi: è lui ad insegnare ai suoi genitori ed ai suoi tanti nonni che la vita in fondo non è altro che meraviglia e  stupore continuo, se solo riuscissimo ad abbandonarci ciecamente alla fiducia, e se cominciassimo di nuovo a credere che non c'è niente di veramente impossibile, anche quando tutto sembra andare nella direzione contraria. Fabio è  il simbolo di una purezza che tutti ormai abbiamo smarrito tra le pieghe dell'ansia e della paura di vivere , è una ventata di aria fresca che fa respirare il cuore, strappa sorrisi a più riprese e allontana l'amarezza con un soffio leggero. Racconta di un mondo che non c'è più ma che ci appartiene più di ogni altra cosa al mondo, è un storia che sa di buono, sa di giornate trascorse a scorazzare  in bicicletta su e giù per il paese, sa di sole, di mare, di estati lunghissime e spensierate, fatte per imparare a pescare e a nuotare. Anche laggiù, dove la profondità del mare colora l'acqua di un blu inteso, che a volte fa paura. Eppure bisogna tuffarcisi, perchè è solo dove non si tocca che si impara a nuotare veramente.
Questo romanzo ha il pregio di alleggerirci il cuore ed invitarci a ricordare, riesce a toccare i punti più nascosti della nostra memoria, quella a cui dovremmo attingere quando la vita ci prende a schiaffi, imprevedibile e violenta. Il vero capolavoro sta però nella scrittura di Genovesi, un piccolo prodigio linguistico: affida la narrazione ad un bambino, e come tale si esprime. I suoi pensieri hanno l'ingenuità  propria dell'infanzia e al contempo un cuore profondo,  una sensibilità speciale in grado di farci sorridere e commuovere allo stesso tempo.  Lo stile, la grammatica, la stintassi non perdono di una virgola il loro spessore, anzi se possibile risultano arricchite dal vocabolario infantile di Fabio. E' difficile da descrivere, perché è un artificio letterario, e come tale va preso. Sarebbe bastato pochissimo a far precipitare Genovesi e tutti i suoi personaggi in una inverosimile parodia familiare, dove un bambino di sei anni è costretto a fare l'adulto da un manipolo di anziani,  talmente matti da non sembrare reali. Invece tutta la costruzione narrativa  è talmente ben riuscita che spesso mi sono ritrovata a pensare a quanto l'autore  abbia messo di sè e della propria vita in questo romanzo: non solo perchè il bimbo protagonista si chiama proprio Fabio, ma perché ogni pagina è intrisa di ricordi che non possono essere trascritti con tale intensità se non si sono vissuti. Traspare tutta l'anima di un ragazzino, un altro Fabio, cresciuto con amore da una famiglia numerosa, con un migliore amico emarginato da tutti perché molto più strano di lui, innamorato di una ragazzina ancora più sola di lui, che un giorno come tanti scopre per caso il potere delle parole e si perde nella magia dei libri. Ma che, soprattutto,  ha imparato a nuotare nel mare dove non si tocca grazie ad un papà straordinario, quel mare nero che a volte fa paura, proprio come la vita.


TITOLO: IL MARE DOVE NON SI TOCCA
AUTORE: FABIO GENOVESI
CASA EDITRICE: MONDANDORI
PAGINE: 320
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2017

lunedì 25 settembre 2017

Recensione; La scelta decisiva, di Charlotte Link - Edizioni Corbaccio




La nostra vita è fatta di scelte continue. Un incessante susseguirsi di bivi quotidiani traccia il percorso della nostra esistenza, ma nella maggior parte dei casi non ce ne rendiamo conto.  Persi nella frenesia del quotidiano compiamo continuamente azioni inconsapevoli: scegliamo come e quando alzarci, se fare colazione in pigiama nella comodità di casa nostra oppure trangugiare un caffè al volo nel bar di fianco all’ufficio…gesti all’apparenza banali e ripetitivi  che comunque determinano l’andazzo di ogni nostro singolo giorno. Cosa succede però quando una delle tante decisioni che prendiamo quotidianamente, per una rocambolesca casualità del destino, diventa  fondamentale al punto da invertire drasticamente la rotta della nostra esistenza? E’ come se ci trovassimo all’interno di un’immensa cartina geografica in cui punti e linee si congiungono e si intersecano tra loro, mano a mano che decidiamo di fare o non fare qualcosa: è così che avvengono gli incontri, gli incidenti, i colpi di fortuna. Ed è così che possiamo fatalmente ritrovarci nel posto sbagliato al momento sbagliato,  come capita a Simon, il protagonista di questo nuovo, entusiasmante thriller psicologico firmato Charlotte Link.
Charlotte Link, aturice tedesca di fama internazionale, è  la regina indiscussa dei gialli psicologici, una fuori classe che da anni sforna romanzi di successo senza praticamente avere mai messo il piede in fallo. L’ho conosciuta diversi anni fa leggendo “La casa delle sorelle”, e me ne sono innamorata. Ogni suo libro è puro godimento narrativo perchè cattura, diverte, emoziona ed induce alla riflessione. Il vero mistero su cui ci fa indagare la Link attraverso i suoi romanzi non sono gli avvenimenti inspiegabili, i delitti irrosolti e manipoli di assassini a cui ridare un’identità, ma l’animo umano con tutte le sue mille sfaccettature. L’introspezione psicologica dei protagonisti è il vero traino della storia, e la complessa psiche dei colpevoli è l’unico vero movente che accumuna tutti i suoi mistery. Straordinaria  è l’abilità con cui riesce a dosare pathos, ansia, adrenalina e sentimenti senza mai eccedere,  scegliendo le parole con una precisione quasi chirurgica. Questo consente a noi lettori di immedesimarci facilmente nelle storie raccontate e di entrare subito in sintonia con i personaggi, talmente verosimili che sembrano usciti dalla porta di casa nostra anzichè dalla fantasia di una scrittrice.  Questa volta abbiamo di fronte un surplus di protagonisti, tra i quali ne spiccano essenzialmente due: Simon,   che  come accennavo all’inizio a causa di una scelta sbagliata resta imbrigliato in una terribile vicenda, e Nathalie, una giovane ragazza in fuga che suo malgrado lo trascinerà in un incubo ad occhi aperti. Simon vive ad Amburgo, ha quarant’anni e si guadagna da vivere come traduttore free lance; ha una compagna, Kristina, una ex moglie che pare si diverta a mettergli continuamente il bastone tra le ruote e due figli con i quali, dopo il divorzio, non riesce più a relazionarsi. Proprio con loro avrebbe dovuto trascorrere le settimane antecedenti il Natale nella casa di famgilia in Provenza, un programma a cui Simon teneva molto anche se – come sempre – la vacanza non avrebbe previsto la compagnia di Kristina, che i figli ancora non conoscono.   Poco prima della partenza, quando ormai Simon si trova già in Francia, i ragazzi cambiano idea e decidono di trascorrere il Natale con la madre ed il nuovo compagno, lasciandolo solo. Ormai è troppo tardi per ripiegare su Kristina, la quale non sta vivendo affatto bene la situazione di fidanzata part time, e nemmeno ha il coraggio di tornare ad Amburgo perchè significherebbe ammettere  l’ennesimo fallimento.  Abbattuto e in crisi profonda Simon si aggira sul lungomare quando si imbatte in Nathalie: la ragazza sta avendo un alterco con altri due uomini e Simon, istintivamente, cerca di aiutarla. Nathalie ha vent’anni, è spaventosamente magra ed infreddolita, non ha un posto in cui ripararsi dalla pioggia battente e soprattutto appare tremendamente spaventata. E’ così che Simon lancia la sua monetina, e prende la decisione che gli stravolgerà completamente la vita: decide di aiutarla.  Da questo momento in avanti Simon verrà trascinato in una spirale di orrore e violenza, in cui tutti coloro che hanno a che fare con la ragazza vengono uccisi barbaramente da killer spietati. Anche Nathalie è il pezzo di un domino, l’anello di una catena rosso sangue che unisce Parigi a Metz, Amburgo alla Provenza, per finire in Bulgaria, dove tutto ha inizio. A Sofia, nonostante l’ingresso in Europa, il progresso economico è ancora un miraggio per la maggior parte della popolazione. L’indigenza per alcune famiglie è tale che molti genitori sono costretti a vendere letteralmente le proprie figlie adolescenti (anche bambine, nel peggiore dei casi)  al mercato del sesso, illudendosi di dare loro un futuro migliore. Potenti organizzazioni criminali gestiscono un traffico spaventoso di esseri umani, facendo leva sulla disperazione di chi non ha più nulla, nemmeno gli occhi per vedere cosa si cela in realtà dietro fantomatiche agenzie di modelle: un subdolo  specchietto per allodole che fa presa sui più miserabili.
Lo spettro dei recenti attentati terroristici aleggia su tutta l’Europa, rendendo l’angoscia ancora più palpabile, più pressante, più dannatamente reale. Non c’è un attimo di respiro mentre seguiamo la corsa  di Nathalie e Simon, che poco alla volta riescono ad apprendere la verità.  Forse la Link, a livello di trama, ha scritto cose migliori e più originali, ma questo thriller ha molti punti di forza che lo rendono una validissima lettura. L’intreccio che l’autrice ha saputo creare è da dieci e lode: i capitoli si alternano di volta in volta seguendo due diversi centri di narrazione, uno che fa capo agli avvenimenti francesi ed un altro che segue le vicende di Selina e Ninka, due ragazze di Sofia cadute nella rete della prostituzione. Questo incedere così incalzante, che all’inizio lascia disorientati per l’apparente mancanza di collegamenti tra le due vicende, viene di tanto in tanto inframmezzato da alcune pagine  del diario di Nathalie. Questo si rivelerà fondamentale per capire come mai, ad un certo punto, la ragazza si ritrova  in una piccola località della costa francese completamente sola, senza un soldo in tasca e così terribilmente magra e spaventata. Ammaliante, come sempre, la descrizione dei paesaggi da cui trapela la desolazione dei sobborghi di Sofia e la solitudine del mare d’inverno, quando la pioggia ed il vento sferzano la costa. Infine l’autrice ci fa riflettere come sempre sulle fragilità umane, che mai come in questo romanzo appaiono la vera causa di ogni male, di ogni sbaglio, di ogni sofferenza inflitta o subita.


TITOLO: La scelta decisiva
AUTORE: Charlotte Link
CASA EDITRICE: Corbaccio
TRADUZIONE: A. Petrelli
PAGINE: 432
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2017

venerdì 15 settembre 2017

Recensione: La Loggia degli Assassini, di Lorena Tessaro - Edizioni Epsil



Ho avuto modo di conoscere Lorena Tessaro l'anno scorso, quando tramite la blogosfera siamo venute in contatto, come spesso accade tra lettori ed autori emergenti. Allora aveva appena pubblicato un thriller che mi era piaciuto molto, "ES" (trovate QUI la mia recensione); con piacere mi ero offerta di leggerne una copia ed esprimere in seguito la mia opinione.
Qualche mese fa Lorena si è cimentata con un nuovo romanzo ed un nuovo genere, completamente differente dal precedente: "La loggia degli Assassini". Anche questa volta mi sono prestata volentieri alla lettura, ma purtroppo per una serie di ragioni la mia recensione arriva solo ora. Ogni volta che mi appresto a scrivere la recensione di un romanzo parto sempre dagli aspetti positivi e da quello che mi ha colpito favorevolmente, per arrivare via via ai difetti ed a ciò che invece non mi ha convinta.
Questa volta siamo di fronte ad un fantasy di stampo medievale, con intrighi che si intersecano l'uno con l'altro e che conferiscono al romanzo il sapore di un thriller. Mi piace lo stile di Lorena perché è fluido e lineare, accompagnato da una struttura narrativa semplice ma - attenzione - non elementare. L'uso della lingua italiana e la sintassi sono molto curate, e questo a mio avviso è un fattore molto importante quando parliamo di autori emergenti perchè spesso la loro più grave lacuna è proprio la grammatica. I personaggi sono molteplici, al punto che ho fatto una gran fatica leggendo a ricordarmeli tutti e a dare loro la giusta collocazione, anche perché la geografia in questo caso non aiuta. Comunque sia, la loro caratterizzazione è ben riuscita: le descrizioni sono rare ma precise e viene raccontato solo lo stretto necessario per farci comprendere meglio la personalità dei protagonisti.
La storia si muove all'interno di tre nazioni immaginarie: il regno del Nirac, la Repubblica di Remaning e il ducato di Libeg. I rispettivi governanti stanno per incontrarsi nel territorio neutro del Libeg al fine di stipulare un accordo di pace, dopo una guerra lunga trent'anni. La tensione è palpabile perchè gli intenti delle alte sfere destano più di un sospetto ed appaiono poco chiari. Parallelamente l'ordine de "La Loggia degli Assassini", antica e potente organizzazione segreta che desidera ardentemente la pace (non per bontà, ma per proprio tornaconto) si muove nel sottobosco cercando di reperire informazioni sul tanto atteso incontro. Essa avrà un ruolo fondamentale nel romanzo perché muove le fila  all'insaputa di tutti, anche se il non sarà immune da complotti e da rovesciamenti di ruoli. 
Come possiamo facilmente intuire la carne al fuoco è davvero molta, ed a mio avviso 180 pagine sono davvero troppo poche per sviluppare al meglio tutte le linee della narrazione. Non so se la colpa è da attribuire alla mia scarsa memoria o alla difficoltà oggettiva che ho avuto a seguire lo sviluppo dell'intreccio, resta il fatto che ho trovato il cuore del romanzo un po' confusionario e poco articolato. L'idea di fondo è buona, è una storia ricca di spunti che sicuramente potevano essere un'ottima base, ma purtroppo è come se Lorena fosse rimasta ferma ai blocchi di partenza. Poi improvvisamente si arriva al traguardo, e questa subitaneità mi ha lasciata abbastanza insoddisfatta. In ogni caso per tutti gli amanti del genere può rivelarsi una lettura interessante, per cui mi auguro di cuore che "La loggia degli Assassini" trovi lo spazio che in fondo merita.  Per quanto mi riguarda continuerò a leggere i romanzi di Lorena Tessaro, perché ha ottime potenzialità e sono sicura che presto troverà la sua strada.


TITOLO: La Loggia degli Assassini
AUTORE: Lorena Tessaro
CASA EDITRICE: Epsil
PAGINE: 179

lunedì 11 settembre 2017

Recensione: La casa di tutte le guerre, di Simonetta Tassinari - Edizioni Corbaccio






"La casa di tutte le guerre" è una lettura leggera e delicata, che fa breccia nei ricordi della nostra infanzia e, proprio per questo, si fa benvolere. Non sono questi i romanzi che prediligo, di sicuro è un genere che resta molto al di fuori della mia "zona di comfort", ma ho comunque apprezzato lo sforzo dell'autrice nel ricostruire attraverso il racconto un'epoca ormai lontanta, che custodisce la memoria di molti di noi. La protagonista è Silvia, una bambina quasi undicenne che trascorre tutte le estati nella  casa dei nonni paterni in Romagna, nel paesino di Rocca San Casciano. Siamo nel 1967, l'Italia nei piccoli paesi è ancora saldamente aggrappata alle proprie  tradizioni e la modernità di quegli anni favolosi non riesce a penetrare nella mentalità chiusa della gente del posto. Silvia, nata e cresciuta a Bologna, è invece completamente affascinata dalla moda beat, dalla musica di Patty Pravo, dalla mini gonna di Mary Quant e dal caschetto di Caterina Caselli. Tra le altre cose è ingenuamente convinta che questo suo essere così al passo coi tempi le farà guadagnare l'ammirazione di tutti i suoi amici di Rocca ma, soprattutto, quella dell'adorata nonna inglese Mary Frances Higgins. La famiglia paterna della bambina ha discendenze importanti e vive il riflesso di un periodo d'oro, in cui essere un Frassineti significava appartenere alla buona borghesia, e garantiva uno stile di vita agiato e ricco di privilegi. Nella grande dimora di famiglia è rimasta solo la nonna, che in paese tutti chiamano "la Signora": una donna elegante ed austera, conservatrice e fiera delle sue origini inglesi che non si è mai realmente  conformata alla vita di paese. Mary Frances ha ricevuto un'educazione solida e rigorosa ed è sempre stata convinta che la buona reputazione all'interno della società fosse una cosa di fondamentale importanza, da preservare sempre e comunque. Silvia ha un'autentica venerazione per la nonna, adora le sue buone maniere, i suoi vestiti così chic, i capelli color platino con la piega sempre ordinata, la sua pelle diafana profumata di lavanda e la vita riservata che conduce  insieme alla fedele goverante Beatrice. I suoi occhi infantili non possono vedere cosa si cela dietro l'apparente quiete di quella perfezione domestica, e quali siano i segreti che da tanti anni si nascondono nelle  stanze disabitate della residenza dei Frassineti. Nulla è come sembra, perchè  Mary Frances non ha mai permesso ai ricordi di travolgerla.  Dieci anni prima una terribile vicenda ruppe l'incantesimo che sembrava aleggiare su quella famiglia così per bene ed invidiata da tutti, lasciando dietro di sè un cumulo di macerie: è come se i Frassineti fossero stati un grande albero, che con la sua chioma rigogliosa e le sue robuste radici riuscì sempre ad offrire riparo e sostegno a tutti i suoi frutti. Fino a quando, imprevedibile e devastante, un fulmine non spezza in due il tronco maestoso, riducendolo in un inutile  mucchietto di cenere. Dopo anni di silenzi e di lacrime celate toccherà proprio a Silvia sciogliere le corazze granitiche della famiglia, permettendo al dolore di scorrere via, finalmente libero di andare. Tutto ha inizio quando la bambina, dopo un'iniziale baruffa, stringe amicizia con Lisa, una sua coetanea. Lisa è figlia del "poveraccio" del paese, un uomo imbruttito dalla vita che a causa dei suoi problemi con l'alcol conduce un'esistenza misera e precaria, incapace di tenersi stretto un lavoro. E' una ragazzina bionda dalla bellezza acerba, con un'eleganza innata che la povertà ha solo offuscato, è molto intelligente ed è abilissima a disegnare. Come per la famiglia Frassineti, anche per Lisa e suo padre le apparenze sono  ingannevoli: solo in pochi a Rocca sanno cosa si nasconde realmente dietro la condizione di indigenza e  l'atteggiamento scontroso di Tito e di Lisa, da sempre derisa ed evitaata da tutti i bambini del paese. 
Come da copione ci  sarà il lieto fine, perchè questa è in fondo una favola moderna,  quindi è  giusto che sia così. L’autrice racconta, attraverso i miti ed i giochi di allora, un tempo genuino in cui l’infanzia era davvero tale, facendo leva su ricordi che molti lettori, me compresa, conservano di quel periodo. Questo contorno così ricco di “amarcord” mi è piaciuto molto, l’ho trovato ben costruito e ben intervallato dalla storia di fondo, che invece mi ha delusa sotto tutti i punti di vista.  L’ho trovata molto banale, con uno sviluppo ed una conclusione a mio avviso inverosimili: un amore tra due giovani contrastato dalla famiglia non mi sembra infatti il massimo dell’originalità, e cosa vogliamo dire riguardo all’atteggiamento di tutta la famiglia Frassineti di fronte alla tragedia che li ha investiti? Inverosimile a dir poco, è una roba che proprio non sta in piedi! I personaggi nel complesso li ho trovati abbastanza stereotipati, in linea con tutto il resto: i ricchi da una parte, i poveri dall’altra, una realtà piccola e chiusa in cui nulla è come sembra. Silvia è vanitosa e saccente ed incarna perfettamente la tipica bambina viziata della medio borghesia, la governante è la caricatura di Mary Poppins , mentre la nonna  è una specie di Crudelia Demon sotto mentite spoglie. Salvo solo Maggie, la sorella eccentrica ed anticonformista di Mary Frances, l’unica adulta che conserva ancora un barlume di lucidità e che sarà fondamentale per riportare alla vita quel mausoleo adagiato sulle colline romagnole. Un altro appunto che mi sento di fare riguarda la struttura narrativa piuttosto semplice, quasi elementare, ed uno stile che ho trovato impersonale e piatto, poco riconoscibile. Insomma, per scrivere un romanzo non basta infarcire una storia di avvenimenti che sappiano fare presa sui lettori, ma bisogna soprattutto saperli raccontare: è questa la differenza che passa tra un libro e un buon libro, tra uno scrittore professionista ed uno improvvisato.
Uscire dalla mia zona di comfort è come praticare uno sport estremo: non me la sento!



TITOLO: La casa di tutte le guerre
AUTORE: Simonetta Tassinari
CASA EDITRICE: Corbaccio
PAGINE: 240

venerdì 4 agosto 2017

Recensione: La vedova Couderc, di Georges Simenon (gli Adelphi)




Georges Simenon  è stato un autore, oltre che geniale, anche estremamente  prolifico, talmente  prolifico che  prima di arrivare alla conlusione della sua "Opera Omnia" ho davanti a me ancora moltissime letture. Circostanza che considero una fortuna non da poco, perché è tra i miei autori preferiti ed ogni suo romanzo è fonte di puro piacere letterario, e di profonde riflessioni. Il mio pensiero ricorrente ogni volta che termino un suo romanzo è quello di aver appena letto "il miglior Simenon di sempre", ma puntalmente mi smentisco  la volta successiva. Sono inevitabilmente a corto di parole, è difficile esprimersi cercando di dire qualcosa che ancora non ho detto su questo scrittore: quando siamo di fronte alla perfezione non c'è bisogno di tanti giri e rigiri, basta leggere per rendirsi conto di quanto talentuoso sia. La sua bravura non risiede nella costruzione di storie articolate o di strutture narrative complesse, ma nell' apparente semplicità stilistica, nella fluidità del racconto e nella facile immedesimazione che offre al lettore. E' proprio questa  la vera differenza tra uno scrittore normale ed uno straordinario come lui, ovvero la capacità di ridurre all'essenziale dialoghi ed avvenimenti, riuscendo nello stesso tempo a trasmettere profondità di pensiero e messaggi di un certo spessore. Le parole, scelte con cura, saranno allora così pregne di significato da non necessitare d'altro. La trama di per sè passa in secondo piano e tutta la nostra attenzione sarà catalizzata dalle vicende umane e dall'aspetto piscologico dei suoi protagonisti. Questo forse è l'unico elemento ricorrente in tutti i suoi romanzi: la tortuosità dell'animo umano contrapposta alla linearità delle storie narrate, a cui fa da sfondo un paesaggio spesso immobile, sempre uguale,  come se fosse lo sfondo di un quadro che stiamo osservando rapiti. Questa volta Simenon ci immerge nella campagna francese di provincia, un piccolo mondo rurale che sembra avulso dai cambiamenti e dal progresso. In questa staticità quasi innaturale le descrizioni del paesaggio, seppur minime, sono superbe e fanno calare con facilità noi lettori in un contesto particolare e suggestivo, in cui  la bellezza pura ed incontaminata del mondo contandino si contrappone allo squallore delle vite narrate, creando contrasti forti e stridenti, che suscitano una persistente senzazione di fastidio e di disagio. I protagonisti principali sono due: Tati e Jean. Tati è una vedova di circa 45 anni che vive in un cascinale nei pressi di uno dei molti canali che attraversano la campagna parigina, e si guadagna da vivere  allevando bestiame ed animali da cortile. Giunse qui appena quattordicenne, mandata dalla madre a servizio dalla famiglia Couderc; ha sempre vissuto lavorando e faticando molto in cambio di vitto e alloggio, alla stregua di una serva. Rimasta incinta del figlio del padrone, rimarrà in quella casa in seguito alla morte del marito, continuando a badare alla cascina e soddisfando ogni tanto le voglie dello suocero, che lei chiama senza remore "vecchio porco". Una situazione di comodo che le ha permesso nel corso degli anni di mettere da parte una discreta somma di denaro, attirandosi addosso l'invidia e le ire delle sue cognate, che l'accusano senza mezzi termini  di voler mettere e le mani  sulla casa e su tutta la proprietà approfittando del loro padre, ormai anziano e fuori di testa. La vita che conduce è dunque amara e pregna di solitudine: il suo unico figlio infatti è un delinquente e al momento si trova lontano, in Africa, in un battaglione di punizione. Quando un giorno come tanti, dalla corriera che dal paese porta al mercato rionale, scende alla solita fermata anche il giovane Jean, Tati ha come un guizzo in petto. Jean è un ragazzo di buona famiglia, uscito da poco di prigione, dove ha scontato una pena per aver commesso un delitto in circostanze giudicate attenuanti. Simenon non lo esplicita mai durante tutto il romanzo, ma leggendo tra le righe si intuisce che tra i due si crea fin da subito un legame malato, carnale, che li porterà ad un triste ma inevitabile epilogo. Tati diventa possessiva, offre a Jean vitto e alloggio in cambio di aiuto con i lavori in campagna, lo mette in guardia dalla giovane e seducente nipote perchè ne è gelosa, spande veleno sulle sue cognate e sulle loro famiglie perchè vuole che lui non la giudichi, ma che la veda anzi con occhi ammirati. Jean, dal canto suo, decide di rimanere a dare una mano a Tati non già per amore e neppure per desiderio, ma solo perché non desidera ricongiungersi con la sua famiglia, per la quale nutre un totale disprezzo. Tutti i protagonisti di questa storia sono sbagliati, miseri, aberranti: nessuno si salva.
La vita nel cascinale non ha nulla dell'incanto pastorale che ci si aspetta, anzi, è una fucina di sentimenti orribili, di parole sottaciute, di maldicenze, di asti covati silenziosamente per lunghi anni. Questo mondo rurale, in cui l’orologio del tempo sembra essersi fermato, è raccontato attraverso le passioni insane di una famiglia come tante, costretta alla convivenza perchè la realtà contadina di quegli anni era un microcosmo in cui si condivideva il lavoro nei campi così come si condivideva la vita. Le miserie e le  nefandezze  di ogni membro della famiglia  ricadevano allora su tutti, creando spirali micidiali di odio. Tati, al centro di questa spirale, e Jean, lo straniero che improvvisamente irrompe in quella quotidianità malata, non riusciaranno a sottrarsi al loro destino. Perfettamente calati nella loro parte non ci offriranno nessun tipo di redenzione, nessuna speranza di cambiamento, nessun pentimento o presa di coscienza... fino all'ultimo tragico atto finale.


Titolo: la vedova Couderc
Autore: Georges Simenon
Casa Editrice: gli Adelphi
Pagine: 169
Traduzione :Edgardo Franzosini

lunedì 24 luglio 2017

Recensione: Il terzo relitto, Barbara Bellomo - Salani Editore



E' faticoso questo periodo per me, alle prese con un trasloco e con una notevole pressione lavorativa che mi porta spesso a macinare ore di straordinario. Come conseguenza, il tempo per leggere si è ridotto drasticamente ma non volevo perdermi questo secondo appuntamento con la brava Barbara Bellomo ed  il suo ultimo lavoro "Il terzo relitto".
Ho letto nella post fazione che questo romanzo non è stato concepito come il secondo capitolo delle "avventure" dell'archeologa Isabella de Clio, ma si tratta in realtà di una rielaborazione ed un riadattamento del primo romanzo dell'autrice, (Il quinto relitto) dato alle stampe da una piccola casa editrice siciliana nel 2010. La protagonista Isabella è stata calata all'interno di una storia già costruita con una serie di adattamenti che ricalcano il precedente   "La ladra di ricordi "(edito nel 2016): ritroviamo infatti la stessa identica ragazza, con un paio di anni in più ma sempre prigioniera di intricati nodi psicologici che sfociano in una forma di  cleptomania. Isabella infatti tende a sottrarre quegli oggetti che rappresentano per lei ricordi preziosi che vuole tenere per sè, in un complesso mondo interiore che non riesce a condividere con nessuno. Anche questa volta  Isabella è alle prese con problemi relazionali, con uomini sfuggenti, ambigui, che non può avere completamente...e sbaglia. Non potrebbe essere altrimenti, perchè è difficile, se non praticamente impossibile, riuscire ad avere una relazione solida  e positiva se dentro  hai il caos. Questa volta però l'errore le costerà caro, perché metterà a repentaglio la sua incolumità e la sua reputazione di studiosa. In ogni caso, mi piace Isabella. Mi è sempre piaciuta e mi sono trovata subito in sintonia con lei, perché mi assomiglia fisicamente e mi ricorda com'ero io a trentanni. Non ero cleptomane, ma psicologicamente parlando ero un casino vivente ed ero una donna irrisolta. Passavo ore a leggere, scrivere ed ascoltare musica rock e blues in una mansarda in cui abitavo da sola, la vita mondana non mi mancava affatto ed in un certo senso stavo bene così. Una volta rientrata a casa dal lavoro mi chiudevo la porta alle spalle e a quel punto non mi importava più di cosa lasciavo fuori. Proprio come Isabella: completamente  immersa nei suoi studi, nel suo lavoro di vicedirettrice del museo di Avola ed in perenne conflitto con l'umanità, risolve tutto con  una lunga corsa, una  caffettiera fumante e qualche ricordo rubato.
Gli altri punti forte del romanzo sono gli stessi che ho trovato ne "La ladra di ricordi": l'ambientazione suggestiva e la scrittura perfetta della Bellomo. Questa volta l'autrice cala il lettore in un contesto geografico ancora più affasciante: le isole Eolie e la splendida Sicilia in cui Isabella è tornata ad abitare dopo l'esperienza di Todi.  Sono luoghi pieni di storia, in cui l'epoca romana rivive con forza grazie ai numerosi ritrovamenti che nel corso degli anni si sono succeduti e che hanno dato vita a musei del mare assolutamente incredibili, in cui si possono ammirare relitti restaurati risalenti alle guerre puniche ed il loro preziosi carichi. E' proprio attorno ad  una di queste antiche imbarcazioni, e precisamente una trireme del 250 a.C., che si svolgono questa volta  le ricerche di Isabella De Clio. Durante un convegno a Genova la ragazza si imbatte casualmente in un rarissimo documento che potrebbere riscrivere il corso della prima guerra punica e che ridarebbe lustro ad valoroso  militare e statista un po' dimenticato dalla storia: Gneo Cornelio Scipione. Anche questa volta i capitoli sono intercalati dalla voce narrante  dei protagonisti storici  attorno ai quali si stanno svolgendo le ricerche, un  espediente narrativo utilizzato dall'autrice per dare un senso di continuità alla trama e per far comprendere a noi lettori quanta vita  esista in realtà dietro semplici oggetti, come può esserlo una  moneta d'oro con l'effige di un militare impressa sul dorso, e come passato e presente siano legati indissolubilmente a doppio filo.  Ogni reperto ha una sua storia da raccontare e l'archeologia, così come la storia antica, non fanno altro che ridare voce a uomini e gesta che altrimenti verrebbero inghiottiti dall'inesorabile scorrere del tempo.
Infine non posso non parlare della bravura dell'autrice: Barbara Bellomo ha imbastito una storia incastrata tra presente e passato che  mi ha coinvolta molto, complice anche l'assoluta bellezza del paesaggio in cui si muove il racconto. Attraverso le sue descrizioni così accurate e d'impatto è stato come compiere un autentico viaggio sensoriale: più volte mi sono immaginata ad Avola, seduta  in un chiosco baciato dal sole primaverile tutta intenta a gustarmi una granita alle mandorle di fronte ad uno scenario mozzafiato. Quando Isabella e Paul Anderson "pinneggiano" verso il terzo relitto, immersi nelle profondità marine dell'arcipelago delle Eolie, è stato emozionante ed il loro entusiasmo e la loro passione erano tangibili.
Una scrittura sobria e lineare, che non eccede mai in volgarità e in inutili dissertazioni, ha reso questo romanzo un libro estremamente godibile e fresco, perfetto per ritagliarsi un momento di svago in mezzo alla frenesia del quotidiano.


Titolo: Il terzo relitto
Autore: Barbara Bellomo
Editore: Salani
Collana: Romanzo
Anno edizione: 2017
Pagine: 380 p., Rilegato

lunedì 3 luglio 2017

Recensione Lessico Famigliare, Natalia Ginzburg - Edizioni Einaudi



"Lessico famigliare" di Natalia Ginzburg fu uno dei miei compiti delle vacanze estive, tra la seconda e la terza media. L'unico libro dei tre assegnati che decisi di non leggere, e che mi fece cominciare il nuovo anno scolastico con un "meno" di italiano. All'epoca non sapevo ancora di amare tanto i libri e la letteratura, ma la mia professoressa ci aveva visto lungo e non faceva che consigliarmi letture ed autori che puntualmente ignoravo per spirito di contraddizione. Come si è sciocchi, a dodici anni! Sciocchi ed inegenui, totalmente impreparati alla vita. Oggi, che di anni ne ho trenta di più, so dare il giusto valore a ciò che leggo, ed è per questo che sono fermamente convinta che certi libri non dovrebbero essere letture imposte, soprattutto alle Scuole  Medie: sarebbe come dare, a dirla tutta, perle a i porci. Autentici tesori di carta lasciati in mani inesperte, ovviamente incapaci di comprenderne appieno il significato. Qualche mese fa ho ritrovato questa edizione datata 1963 appartenuta a mio padre, ed ho così potuto concludere i miei compiti di quella lontana estate del 1987. Uno dei motivi per cui da ragazzina rifiutai a priori questo romanzo fu il titolo: mi ispirava qualcosa di complicato, di forbito e poco conciliante con la sabbia e gli schizzi di acqua salata. Idea, questa, che non ho cambiato di una virgola durante tutti questi anni, abbandonando il libro a se stesso fino a quando non ho riordinato la libreria dei miei genitori: quanti piccoli tesori ho riscoperto! Il titolo è la prima cosa che colpisce, che cattura, (o allontana, come nel mio caso) e segna la chiave d'ingresso nel mondo dell'autrice. In fondo si tratta di una storia semplice nella sua struttura, ma eccezionale per il contesto in cui si svolge: sono i ricordi della famiglia Levi, ebrei ed antifascisti,  che in una Torino piena di fermento culturale e politico trascorrono gli anni a cavallo della seconda guerra mondiale, tra il 1930 e il 1950. Il padre Giuseppe,  professore universitario di biologia, è senza dubbio la figura cardine su cui ruota la prima parte del romanzo, quando i cinque fratelli Levi sono ancora ragazzini e vivono tutti nella granda casa di via Pallamaglio. Scienziato di grande cultura, appassionato di montagna, fervente antifascista, ebbe tra i suoi studenti tre Premi Nobel: Salvador Luria, Renato Dulbecco e Rita Levi-Montalcini.  Il capofamiglia Levi è di certo un uomo che non vuole passare inosservato, ed è un'atuentica fucina di espressioni meravigliose ed uniche che riempiono l'infanzia di Natalia e dei suoi fratelli Gino, Mario, Paola ed Alberto. Anche la madre Livia è una donna di un certo spessore, che la Ginzburg descrive come uno spirito lieto in grado di alleviare anche  i momenti più cupi che la famiglia è costretta ad attraversare a causa delle persecuzioni fasciste, delle leggi anti ebraiche e della guerra. Da sempre Livia frequenta salotti culturali importanti, grazie ai quali instaura rapporti di profonda amicizia con Anna Kuliscioff, Filippo Turati ed i fratelli Rosselli. La sorella di lei, zia Drusilla, è la moglie di Eugenio Montale. I ricordi d'infanzia di Natalia gravitano quindi attorno a queste figure misteriose e leggendarie, di cui si sapeva poco e nulla. La Ginzburg racconta come se avesse vissuto una specie di sogno ad occhi aperti i giorni eccezionali in cui la sua famiglia  si trovò ad ospitare sotto falso nome Filippo Turati prima della fuga in Corsica, avvenuta notte tempo dal "Molo lanternino verde" di Savona, l'11 dicembre 1926. I ricordi sono quelli di una bambina completamente ignara della portata storica che quegli avvenimenti ebbero in realtà, ma tuttavia noi lettori riusciamo a comprendere perfettamente lo stato d'animo di tutti, un misto di eccitazione e paura per quella complicità politica che comunque era necessaria, per una famiglia come la loro. Il socialismo della famiglia Levi è molto più di una scelta politica: è un retaggio culturale, è uno stile di vita, è un fatto assodato che si contrappone all'innaturalità del regime fascista, verso il quale il professore Giuseppe Levi ha solo parole di scherno. Per lui, Mussolini era "l'asino di Predappio", e sempre lo sarebbe stato nonostante l'ascesa al potere e la promulgazione delle leggi razziali che lo costrinsero ad espatriare in Belgio. L'antifascismo non era un' opinione, era qualcosa che faceva parte della sua stessa natura. E' in questo clima familiare dunque che si formano le menti dei ragazzi Levi, che a differenza del padre non si limitano ad osservare il socialismo ma calvacano il fermento politico di quegli anni diventando attivisti, ognuno a suo modo. Le conoscenze importanti della famiglia si allargano: entrano a far parte delle amicizie dei Levi Adriano Olivetti, ed in seguito Felice Balbo e Cesare Pavese, con i quali Natalia lavorò a stretto contatto all'allora neonata e misconosciuta casa editrice Einaudi. Il ritratto che la Ginzburg ci offre di Pavese è quanto di più nostalgico e stilisticamente perfetto si potesse creare: "quando io ora penso a lui, la sua ironia é la cosa di lui che più ricordo e piango, perché non esiste più: non ce n'è ombra nei suoi libri, e non é dato ritrovarla altrove che nel baleno di quel suo maligno sorriso".
La seconda parte del romanzo è  quella più malinconica e più significativa, in cui l'autrice parla in prima persona e fa correre liberi i suoi ricordi più difficili e dolorosi: la prigionia dei fratelli, quella del padre, gli anni della guerra, il suo breve matrimonio con Leone Ginzburg e la tragedia che lo colpì. I fatti storici restano comunque sempre in secondo piano, rievocati saltuariamente attraverso immagini fugaci ed espressioni colorite, quelle tipiche della famiglia: è sempre il lessico stravagante usato dai genitori il filo conduttore del romanzo, che la Ginzburg rielabora facendolo diventare il simbolo di un'Italia perduta e di una storia che non andrebbe mai diementicata. Il Lessico dei Levi è il cuore pulsante di una famiglia intera , perchè basta pronunciare una di quelle frasi strampalate per richiamare in un attimo  legami indissolubili fatti di anima e sangue, potenti e salvifici. "Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all'estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c'incontriamo, possiamo essere, l'uno con l'altro, indifferenti, o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase, una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. Ci basta dire 'Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna' o 'De cosa spussa l'acido cloridrico', per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole"
Cosa mai avrei potuto capire di questo romanzo, a dodici anni?



TITOLO:                   Lessico famigliare
AUTORE:                 Natalia Ginzburg
CASA EDITRICE:    Einaudi
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 1963
PAGINE:                   212



mercoledì 21 giugno 2017

Recensione:Le belle Cece, di Andrea Vitali - Edizioni Garzanti



Per fortuna questo romanzo si legge velocemente. Dico "per fortuna" perché, a costo di tirarmi dietro le ire di migliaia di lettori e critici letterari, non amo molto questo scrittore. Non si tratta di snobismo nei confronti della  produzione italiana da classifica (generalmente piuttosto scarsa, secondo me) e nemmeno credo si tratti solo di gusti personali: la sua prosa, infatti, il più delle volte mi stanca e non riesce a strapparmi sorrisi come invece pare succeda a tanti. Uno stile che annoia, anche se si trattasse di un solo lettore, merita un approfondimento: quando uno scrittore tecnicamente è bravo, chi ama leggere lo apprezza a prescindere. Tutto il resto è opinabile, ma non questo. Partiamo però dai punti di forza di Vitali, che accomunano tutta la sua prolifica bibliografia: l'ambientazione e la rievocazione storica dell'Italia all'alba dell'Impero fascista. Le storie di Vitali sono tutte ambientate a Bellano, sul lago di Como, un piccolo paese che oggi conta circa 3000 abitanti che è anche il luogo natìo dello scrittore. In questo piccolo borgo si muovono i suoi protagonisti, che ad oggi ammontanto ad una cifra incalcolabile, i quali con le loro vicende  quotidiane movimentano il paese dando vita a situazioni esilaranti (insomma), a sottintesi e malintesi, a fraintendimenti di ogni tipo. Perché i peccati della gente per bene di Bellano non si devono sapere: sono lo specchio dell'italia sul finire degli anni 30, quando tutto quello che importava faceva capo alla Casa del fascio,  alla Chiesa e alla Caserma dei Carbinieri. Vitali non racconta mai storie straordinarie, perché punta tutto sulle vicende personali di quel piccolo microcosmo, spesso assai più fantasiose e divertenti. Leggere un suo romanzo è come guardare alla tv un vecchio film di Peppone e Don Camillo, in cui le divertenti diatribe tra il sindaco e il parroco portavano scompiglio giù nella Bassa. Questa è una delle critiche che mi sento di muovere all'autore, perché quello di cui parla in fondo non è che una rivisitazione dell'idea che Giovannino Guareschi ebbe molto tempo prima di lui. Certo, a Brescello c'era il Partito Comunista a dirigere la vita del paesino, e la seconda guerra mondiale si era già conclusa. Però l'idea di fondo, quella di rievocare un'italia che ormai si è persa nella memoria dei nostri nonni, è la medesima.
Anche "Le belle Cece" è una storia semplice, che di più non si potrebbe, perchè porta alla luce peccati che esistono dalla notte dei tempi: quelli di infedeltà. Si parla di corna e questo lo si intuisce perfettamente sin dalle prime pagine, quando incontriamo Verzetta ed Orbella Cece, madre e figlia con certi pruriti che non esitano a soddisfare. La trama però non è così lineare, anzi! Si parte con la geniale trovata di Fausto Semola, segretario del fascio locale, che per festeggiare la campagna d'Etiopia decide di organizzare un concerto di campane a cui avrebbero dovuto partecipare tutte le chiese del paese e zone limitrofe. La sera in cui Mussolini proclama la nascita dell'Impero Fascista, il 9 maggio del 1936, la sinfonia di campane non è però l'unica cosa ad animare la gente di Bellano. Partiamo quindi con un improbabile concerto  per arrivare ad un furto di mutande da signora, con le iniziali ricamate sopra ad indicare senza ombra di dubbio il nome della proprietaria. In questo veloce procedere di eventi, la storia del Semola si confonde con quella di un burbero ispettore di cotonificio, elemento di spicco nel paese, e la sua consorte Verzetta. Poi si arriva alla suocera, la signora Orbella, ma passando attraverso la storia dell'effemminato Dolcineo, da sempre vittima di terribili scherzi, e del suo amico di colore direttamente importato dalla campagna d'Africa. A dirimere il traffico di vicende, il già noto maresciallo dei Carabinieri Maccadò. Un vero guazzabuglio, un inizio che prometteva bene ed una fine che sembra tirata col mattarello, allungata fino allo sfinimento con  dialoghi che non aggiugono nulla alla trama. Trenta pagine a parlare di mutande! Era molto più interessante se Vitali avesse riservato i pruriti delle signore Cece ad un altro romanzo, concentrandosi invece per questa volta solo sul Semola e sulle sue astute idee per dare lustro alla sezione locale del Partito.
Ci sono tanti modi diversi di amare un libro, non è solo questione di come è scritto: c'è chi scrive talmente bene che è in grado di ammaliare anche quando la trama è inesistente, c'è chi è in grado di imbastire storie che tengono incollati alle pagine anche se dialoghi e sintassi lasciano a desiderare, c'è chi ha una scrittura emozionale che punta sulla rievocazione di ricordi e immagini del nostro passato, e  c'è chi come Andrea  Vitali   cerca di raccontare con ironia e leggerezza un'Italia che non c'è più, calcando la mano su personaggi irreali e bizzarri, dai nomi improbabili, che però spesso sono talmente distanti dalla nostra storia  che il sorriso rimane una smorfia strascicata. Anche questo lo posso affermare con certezza, perché io provengo dalla Bassa, e laggiù ai tempi dei miei nonni di personaggi strampalati ce n'erano a bizzeffe, con nomi anche più assurdi di quelli che si inventa Vitali. E le loro storie  erano proprio un'altra cosa.


Titolo: Le belle Cece
Autore: Andrea Vitali
Editore: Garzanti Libri
Collana: Narratori moderni
Anno edizione: 2015
Pagine: 224 p., Rilegato


lunedì 19 giugno 2017

Recensione: L'estate più bella della nostra vita, di Francesca Barra - Edizioni Garzanti

Sono una lettrice con alle spalle un'onorata carriera, ormai perfettamente consapevole di cosa può rientrare nei miei gusti e cosa invece no. L'ultima fatica letteraria di Francesca Barra, “L'estate più bella della nostra vita”, (edizoni Garzanti) non mi convinceva affatto. Titolo ruffiano, copertina acchiappa-adolescenti ed un nome ingombrante, quello dell'autrice stessa, nota purtroppo più per il gossip che per la sua bravura come giornalista e scrittrice. Non mi aspettavo quindi niente di buono mentre ordinavo su Amazon il suo romanzo, ma l'aspetto giocoso della gara di lettura a cui sto partecipando dall'inizio dell'anno prevede anche questo: spingere chi partecipa a distaccarsi un po' dalle proprie zone di comfort, sciogliendo riserve e snobismi che tutti noi lettori ci portiamo dietro come antipatiche zavorre. Purtroppo però mi sono ricreduta solo parzialmente.
Il romanzo è ambientato nella splendida Basilicata, in un paesino da cartolina che ha un nome suggestivo ed affascinante: Borgo Felice. Ida, Rossella e Beatrice sono le tre sorelle protagoniste della prima parte del racconto, quella che più mi ha coinvolto emotivamente e che più ho apprezzato in linea generale. Ogunua di loro racconta la propria infanzia e giovinezza trascorsa nel paese, e da questi differenti punti di vista noi lettori riusciamo a comprendere molto bene la complessità delle dinamiche familiari che tessono le trame della storia. L'autrice, di origini lucane, apre il cassetto dei ricordi e ci proietta in un'estate della sua infanzia, nei lontani anni 80, in cui la modernità di quel periodo svafillante sembra non aver ancora bussato alla porta del vecchio borgo, solidamente aggrappato alle sue tradizioni. Il profumo della liquirizia selvatica solletica le nostre narici e lentamente la bobina dei ricordi comincia a proiettare immagini di quel periodo, che colpiscono nella loro intensità perchè in un certo senso appartengono ad ognuno di noi. L'infanzia e la giovinezza che noi quarantenni serbiamo nel cuore hanno tutte un profumo che si annida in quella parte del cervello in cui giace la memoria più antica ed incorruttibile, che sopravvive agli anni, alle partenze, alle perdite, ai dolori, a qualsiasi distacco che l'età adulta inevitabilmente porta con sé. Le sorelle Timpone sono unite da un profondo legame ma divise da sogni ed ambizioni, e da personalità l'una all'opposto dell'altra.
Fino a quando siamo bambini tutto è semplice: si litiga, ci si azuffa, si passano le giornate a stringere alleanze per la vita o ad innescare guerriglie, ma ogni cosa ha la dimensione innocente del gioco. La sera, accaldati e stanchi dopo l'ultima partita a nascondino, fratelli e sorelle tornano a casa abbracciati e sorridenti, pronti per cenare con tutta la famiglia. La stessa. Ed è stato così anche per le sorelle Timpone, affiatate e complici fino a quando l'età adulta irrompe nella loro tranqullità domestica portandosi via per sempre la spensieratezza e quel senso di unione totalitario che solo chi ha fratelli può arrivare a comprendere. E' un legame invisibile e potente che, quando si spezza, non fa il minimo rumore. Non restano cocci da poter rimettere insieme con un po' di buona volontà. E' come se si dissolvesse poco alla volta nella rabbia trattenuta, tra le parole non dette e le gelosie che corrodono il cuore, portandosi via un pezzetto di noi. A volte non desideriamo altro, come è capitato a Beatrice. Beatrice è la più inquieta delle sorelle, la più seducente, la più determinata, quella per la quale le radici non rappresentano un rifugio a cui fare ritorno ma un laccio troppo stretto che le impedisce di vivere come vorrebbe. Che poi, nemmeno lei sa come vorrebbe vivere. Invece lo sa molto bene Ida, l'ha sempre saputo: essere moglie e madre, essere una brava donna di casa, continuare a vivere a Borgo Felice. Un desiderio all'apparenza sicuro e semplice, ma che in realtà richiede una grande dose di coraggio, perchè non mette al riparo dal dolore ma rende vulnerabili anche a quello altrui. Infine, c'è Rossella. La prima delle tre sorelle che incontriamo durante la lettura, e quella in cui è più facile immedesimarsi: bella ma non sfacciata come Beatrice, colta, una natura docile e gentile, cerca il suo posto nel mondo senza sgomitare, badando a non fare soffrire nessuno, senza rendersi conto che è lei la prima persona a cui sta facendo del male. Per Rossella le radici sono importanti, sono il punto da cui partire e quello a cui ritornare. La famiglia non è una parola vuota, ma il perno di tutta la sua esistenza, così come la casa paterna non è un mucchio di stranezze di cui vergognarsi. I loro abiti fuori moda, la mamma sempre china con ago e filo a cucire in nero per tutto il paese, la corriera che porta alla spiaggia libera di Maratea, in cui i bagnanti cominciano a cucinare pranzi luculliani fin dal mattino presto, incuranti del sole bruciante; la nonna vestita a lutto da trent'anni, che passa l'estate seduta fuori dalla porta su una seggiola e chissà a cosa pensa, mentra getta il suo sguardo sulla strada anche quando è deserta. Questi sono i ricordi delle sorelle Timpone, quelli di cui Beatrice si è voluta disfare e quelli che Rossella non ha mai voluto perdere. Sono i ricordi che hanno reso Ida una madre amorevole ma imperfetta, e che hanno tenuto insieme una moltitudine di dolore quando il destino è entrato prepotente in quel paese che sembra un presepe, disseminando incomprensione e rancore. I ricordi che l'autrice ha voluto raccontare in questa saga familiare sono quelli che ognuno di noi può ritrovare frugando tra le fotografie ingiallite dal tempo, che imprigionano volti sorridenti e sigillano un momento perfetto, quello in cui l'amore era una benedizione e non una forza distruttiva. L'amore che distrugge non lo fotografiamo, non lo conserviamo nemmeno nelle narici, perché non esistono profumi associati a ricordi che fanno male. Fateci caso. Sarete costretti a fare i conti con i vostri ricordi, se leggerete questo romanzo di Francesca Barra. E sarà un'esperienza davvero bella, spesso commovente.
Se il romanzo fosse continuato così, su questa lunghezza d'onda, me ne sarei innamorata perdutamente. Ma purtroppo la seconda parte non è stata all'altezza di quella precedente, avviando tutto ad una conclusione frettolosa che mi ha lasciata insoddisfatta . Il racconto di Ida, l'ultimo delle tre sorelle, termina in un momento drammatico, a cui fa da sfondo l'estate, il tempo della perfetta felicità ed insieme dei tristi presagi. Improvvisamente veniamo catapultati nel 2016, e ad essere protagonisti di questa saga familiare sono adesso i nipoti della famiglia Timpone. Quattro adolescenti problematici che si ritroveranno a trascorre tutti insieme le vacanze estive in Basilicata, nella casa dei nonni. Saranno loro questa volta ad insegnare agli adulti a sgretolare quel muro di incomprensione  che tutti quanti anno dopo anno hanno eretto inossidabili. L'amore fa male anche quando è troppo, e questa sarà la lezione di Ida. Per Beatrice e Rossella giungerà finalmente il momento di litigare, urlandosi contro verità sottaciute per venti logoranti anni. E per Lorenzo, Giulia, Nicolò e Miriam sarà un momento di crescita importante e di gioia pura: sarà davvero l'estate più bella della loro vita.


Titolo: L' estate più bella della nostra vita
Autore: Francesca Barra
Editore: Garzanti Libri
Collana: Narratori moderni
Anno edizione: 2017
Pagine: 204 p., Rilegato